Final Fantasy XVI – fauna da palestra

I video giochi sono molto realistici.
Prendete Fallout, ad esempio, dove il capo dell’organizazione più temuta e che tiene tutti in pugno è lì da duecento anni. Un po’ come in Italia. Possiamo citare anche Portal, dove una stagista sottopagata fa un sacco di lavoro per niente, perché in fondo the contratto is a lie.
Potrei citarne tanti altri, ma voglio focalizzare la vostra attenzione sui parallelismi che ho trovato fra Final Fantasy, o un RPG in generale, e la fauna della palestra che frequento.
Innanzi tutto, gli obiettivi sono praticamente gli stessi: ottenere più esperienza degli altri per salire di livello e diventare più forti e cazzuti. Ciò che colpisce di più è, però, proprio la divisione degli utenti della palestra in vere e proprie classi.

Ci tengo a precisare che tutte le citazioni in corsivo sono cose che ho sentito REALMENTE.

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Le incantatrici

incantatriciDonne sui trenta/quarant’anni che, senza lasciarsi scoraggiare dalle giovani avventrici, ci tengono particolarmente a far capire che sono ancora sulla piazza. Entrano nello spogliatoio trionfanti, gioiose, descrivendo minuziosamente alle astanti i particolari delle loro notti di fuoco con sconosciuti. Come cuccano loro, nemmeno Casanova: a loro basta guardare un manzo che eccolo cadere ai loro piedi per l’eternità. Ciononostante, hanno un cuore tenero: spesso, nascoste nel vano doccia ed al riparo da orecchie indiscrete, chiedono aiuto alle veggenti per chiedere se veramente l’oggetto del loro desiderio sia innamorato:

“Quando lo vedo per strada, si gira dall’altra parte. Dici che è amore?”
“Sicuramente c’è attrazione”

 

I combattenti

E’ facile riconoscere un combattente, perché molto spesso indossa una canottiera con la scritta “combattente”, o “warrior”, o “no pain no gain”, o “chi siete Spartaniiiii”. Il combattente è un predestinato, perché il suo DNA non è come il nostro: lui è stato partorito da due uomini cazzutissimi che gli hanno42a95f3f9a3482c00a051778a93a147c.jpg garantito entrambi un corredo genetico aploide di Y. E’ un Superuomo, l’Ubermensch, colui che è talmente maschio che addirittura non va con le donne, che poi gli attaccano la debolezza. Solitamente, gli esemplari più giovani sono in palestra per completare l’allenamento di crossfit per ogni giorno in cui non hanno crossfit, mentre quelli più anziani sono i più particolari da osservare: canottiera smanicatissima che scopre i capezzoli, baffoni e testa calva, a-a-abbronzatissimi che manco le Incantatrici più cougar. Ricordano vagamente i sollevatori circensi dei ruggenti anni 30.
Amano particolarmente i tatuaggi e piercing, che devono rigorosamente uscire e sbucare dalle canottierine.

“Wow, è un piercing al capezzolo quello?”
“Certo, raccatta figa, non lo sai?”

 

I maghi bianchi

Altrimenti detti i support, sono quelli che, spinti da un encomiabile istinto da magocrocerossina, aiutano tutti. Ti serve che qualcuno ti porti il tappetino? Ci sono loro! Hai bisogno di acqua? Ecco che sono andati a prenderla al bar! Fa caldo? Sono disposti anche ad aprirti le finestre e accendere il condizionatore. Se stai sollevando pesi troppo pesanti, ti daranno una mano nell’alzarli, e se hai bisogno di motivazione si piazzeranno vicino a te contandoti le ripetizioni e spronandoti a continuare. sono davvero carini e gentili, ma, obiettivamente, cosa diavolo pagano l’abbonamento a fare, se non hanno mai sollevato un peso in vita loro?

 

Gli arcieri

Gli arcieri, come i grandi elfi, sono una razza antica, lontani e immutabile come il tempo stesso: hanno veramente tantissimi anni, e come è ovvio sanno tutto, molto più di te, anche se tu ti alleni da dodici anni e 1b697a90e2a50c4383a0a161ad2afb11loro hanno appena fatto l’abbonamento. Tirano frecciatine a tutti, sia a te, che non sarai mai esperto quanto loro, sia alle povere ragazze, che si vedranno maldestramente corteggiate, sia alle incantatrici, che, quando si trovano davanti a questi esseri eterni, sfoggiano una morale cristiana talmente dura che Gesù spostati che sei un tantino libertino. Loro pensano di essere le colonne portanti della palestra, ma in realtà finiscono per diventarne le mascotte.

“Signorina, lo legge tutto quel libro?”
“No guardi, solo le pagine dispari…”
“Ah, ma così perde un sacco di storia, sa?”

 

I cercatori

cercatori.PNGI cercatori sono la classe più fastidiosa dell’intera palestra, molto più degli arcieri: infatti, con un po’ di accortezza sono riuscita a sviluppare l’abilità-R bloccafrecce grazie al prezioso aiuto del manufatto Cuffiette, e riesco ad evitare ogni frecciatina.
Per i cercatori, invece, non c’è tattica che tenga.
I cercatori non si lasciano intimorire da nulla, perché loro sono in palestra per un preciso motivo: cuccare, e cuccheranno. O meglio, così continuano a ripetere a se stessi.
E’ facile riconoscerli, sebbene cerchino di ostentare una certa nonchalance: sono volgari, chiassosi, confusionari, telefonano in mezzo alla sala pesi a voce alta e si fermano a fissare il sedere delle povere ragazze che passano. Ovviamente vi sono anche esponenti del sesso femminile, ci mancherebbe: in palestra non esiste sessismo.

“Come sei brava a cavalcare la palla ginnica, sembra che stai cavalcando un ca***!”
“Ma nooo, io i ca*** li cavalco così, guarda…”

 

I maghi neri

Aka coloro che rimangono sempre negli 273171-final_fantasy_tactics_a2_hume_black_magespogliatoi e in sala non entrano mai, perché le loro effettive abilità corpo a corpo fanno cagare. Sono scarsissimi, fondamentalmente perché non hanno mai fatto un minuto di allenamento. Di solito prediligono i corsi agli attrezzi, perché è più facile cazzeggiare.
Non si sa bene perché spendano tutte quelle centinaia di euro per l’abbonamento se poi non fanno niente: quello che però si conosce su questa misteriosa classe è il loro innato razzismo, sebbene siano maghi neri (e molti di essi non abbiano origini italiane, quindi, seriously WTF?!)

“Non mi fai schifo, non sei mica ECSTRACOMUNITARI tu”
“Signora, per favore, non dica queste cose”
“COME TI PERMETTI FALSA BUONISTA”

…Meglio lasciarli perdere, levarsi in fretta e filare fuori nel parcheggio.

I bardi

Quelli che parlano, parlano, ma alla fine…
In palestra ho sentito cose che voi umani non potete neanche immaginare. Sedicenti Hulk che dicono di fare ripetizioni da trecentoquaranta addominali per volta. Avvocati che fanno vincere milioni di euro ai propri clienti. Aspiranti scrittori convinti che guadagneranno più di Stephen King. Scheletrici cinquantenni che, sicuri del proprio fascino, danno per certo che sedurranno la figlia bardventenne del loro capo.
Insomma, ho sentito cagate talmente atroci che Zeus si è improvvisamente dimenticato di non essere più una divinità venerata, è sceso dal cielo e li ha fulminati seduta stante. Quando sentite una bomba talmente grossa che Hiroshima spostati, ecco, avete davanti un Bardo. Il Bardo si vanta non necessariamente di prodezze da palestra, ma di ogni cosa. A volte, come nel caso degli avvocati, lo fanno per ottenere clientela (e fanno bene, perché quando io ho bisogno di un difensore in tribunale dove vado a cercarlo? alla spalliera, of course), ma la maggior parte delle volte mentono per sentirsi parte della Grande Famiglia della Palestra, perché evidentemente non si sentono all’altezza degli altri.
Raramente le bugie sono volte all’accattivarsi gli altri utenti, sia dal punto di vista sessuale (vedi i Cacciatori) sia perché vogliono crearsi un personaggio che nella vita reale non sono. E’ un po’ triste, lo so.

“La vedi quella bici? L’ho pagata quattromila euro! Eh ma io faccio almeno 50-60 chilometri quando esco!”
*uscendo dalla palestra, lo supero sulla mia bici da passeggio mentre arranca sulla rampa d’uscita*

 

Gli alchimisti

La palestra è un po’ il loro bazaar. Ovunque 3330527_origsi possono trovare appesi ai muri cartelloni pubblicitari delle loro pozioni miracolose, o stand che vendono le magiche polveri.
Gli alchimisti, contrariamente ai loro antenati, non fanno niente di nascosto; tuttavia, proprio come nell’antichità, si sostituiscono alla figura del medico, dando importanti consigli nutrizionali ed elargendo rigide tabelle alimentari.
I combattenti sono i loro principali acquirenti. Si fidano completamente di loro, o in battaglia potrebbero fallire o, peggio ancora, svenire durante un allenamento di crossfit.
Così come sappiamo che la prima regola dei combattenti che fanno crossfit è dire a tutti che fai crossfit, la seconda regola dei combattenti è non avere mai il misurno delle proteine vuoto.
Proteine, che parola taumaturgica! Per molti di loro basta solo sentirsela dire, che automaticamente alzano a freddo di quaranta chili il loro massimale. E’ portentosa, fantastica, magica.
Purtrtoppo, molte volte i Bardi fingono di essere anch’essi clienti fidati degli Alchimisti, ed è difficilissimo scovarli perché veramente in questo ambito non c’è limite all’esagerazione.

“Ieri in pizzeria ho mangiato la 40-30-30: 40% carboidrati, 30% grassi e 30% proteine!”
“E cos’è?!”
“Pizza col prosciutto”

 

I tank

25937178.jpgI tank sono quelli premiati al valore, che entrano immediatamente nel vivo della battaglia; in questo valoroso gruppo rientro io, che mi butto sugli attrezzi convinta e cazzutissima, salvo poi morire due secondi dopo.

“Tutto bene, Stomaco? Ti vedo provata”
“Certo, cert… Coff… Devo solo… Coff… Sputare un pol… Coff…”
“Ottimo! A bolla! Altre dieci ripetizioni, su!”

 

Recensione – Il blu è un colore caldo

Il Blu è un colore caldo.

Che titolo insolito. Avevo sentito una frase del genere solo nella classe di mia madre, quando interrogava in Discipline Pittoriche ragazzi particolarmente ignoranti.

So che da questo libro è stato tratto un film, “La vita di Adele”, che narra del rapporto di due ragazze lesbiche. La trama poteva avere buone potenzialità, ma nella pagina di Wikipedia è addirittura collegato al portale erotismo. Ovviamente, per il popolo essere lesbiche significa essere porcone, come padre Pornhub ben ci insegna, ed essendo io ben lontana dall’apprezzare la letteratura erotica me ne guardavo dal comprarlo.

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Come meglio raccontare il tenero amore fra due timide adolescenti

Ho saputo, però, che l’autrice si è discostata molto dalle scelte della sceneggiatura, accusando la pellicola di essere più adatta ad un voyeurismo maschile che ad altro. Ho cominciato quindi a ricredermi, e ho deciso di leggere il fumetto.

 

Che cosa è?

Temi: la trama è semplice, senza fronzoli che, come ho già detto, appesantiscono troppo il lettore che fatica a concentrarsi sull’arte del disegno. Due ragazze si incontrano, si piacciono, vivono un sacco di problemi e si interrogano se questo mondo sia veramente adatto a loro. Vivono i problemi che tutte le adolescenti vivono, perché, pensate un po’, le lesbiche hanno un cuore proprio come noi umani! E non passano tutto il tempo a fare porcate con la babysitter o con la matrigna, perché, ehi, sono ragazze normali! Sembra che io sia ironica, ma questo fumetto ha affrontato tematiche davvero non scontate.

Genere: drammatico, decisamente drammatico. Introspettivo. Spinge il lettore a riflettere sulle proprie idee, frammentando, spezzettando e semplificando ogni singolo passo per aiutarlo a capire che non c’è niente di più naturale dell’amore, in ogni forma, in ogni senso. E’ impossibile leggerlo ed uscirne omofobi.

Pubblico: davvero per tutti. Soprattutto per chi ha ancora troppi pregiudizi ancorati sulla schiena e che fatica a scrollarsi di dosso.

Avvertimenti: se fate parte di quel gruppo di fruitori voyeuristici il cui l’unico trastullo è masturbarsi di fronte a un bel porno lesbo, non leggetelo. Non c’entra – grazie a dio – proprio nulla.

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Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★★☆☆. Emotivamente richiede una buona dose di impegno. Bisogna essere forti, e forse non farsi coinvolgere troppo, perché si rischia di rimanere veramente feriti.

Tempo: ★☆☆☆☆. Io ho questo strano tipo di bulimia che mi obbliga a finire una graphic novel dieci minuti dopo averla iniziata. Quindi, non fate affidamento su di me.

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆☆. Semplice, spensierato, a tratti teso e collerico, per poi tornare tranquillo e felice. Il linguaggio ricalca sapientemente le emozioni di un’adolescente.

Divertimento: ★☆☆☆☆. Non definirei “divertente” questo fumetto, no, per niente.

Ansia e disagio: ★★★☆☆. Nonostante le tematiche, si respira una tranquillità continua, forse perché il racconto è un unico flashback. Si sa già come va a finire tutto, e ci si adatta alla serenità della rassegnazione. Si vive comunque quel senso di oppressione e disagio di non essere accettate che vive quotidianamente Clem.

Difetti: ★★☆☆☆. Di solito, per prendermi, una graphic novel deve avere una bella trama, anche se semplice, e dei bei disegni. Dei gran bei disegni. Ed è fondamentalmente per questo che ho tardato tanto a comprarla.
Chiarifichiamo: non sto certo dicendo che debba essere tutto realistico alla Michelangelo, con chiaroscuri che Madre Natura spostati – dopotutto è un fumetto, e un personaggio deve essere riproducibile. Allora non mi piacerebbero Zerocalcare, i manga, Ortolani… Però, se devo essere sincera, lo stile non mi entusiasma. Forse sono le bocche, sempre così larghe, forse è il tratto, che a volte sembra un po’ incerto… Non lo so. E’ comunque un’opinione personale: ho apprezzato invece la scelta dei colori, tutte tinte seppia ad acquerello, l’assenza di varietà cromaticadurante i flashback. Spicca solo il blu, l’anima portante della narrazione.

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Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Valentine, l’amico che tutti noi vorremmo avere. Sensibile, sempre pronto a difenderci, sa quando è il momento di tirare fuori le unghie e quando invece ci servono solo un po’ di gentilezza e comprensione. Quello che chiameremmo nel caso fossimo nei guai, e quello a cui racconteremmo ogni episodio felice della nostra vita.

Personaggi da odiare: il padre di Clem? Laetitia? Tutti i passanti che si voltano increduli e schifati a guardare due ragazze che camminano vicine, ridacchiando e sorridendo? Perché siamo tutti felici quando le vediamo nude che si contorcono su un letto urlando “oh fuck yes oooh”, e invece estrapolandole in un contesto quotidiano le aborriamo?

Colore: sembra ovvio, il blu. Il blu del suo sguardo e il blu dei suoi capelli, che hanno ossessionato le notti di Clem per tutto il tempo in cui l’ha amata senza osare farlo.

Canzone: una melodia triste, suonata al pianoforte, che esce flebile dalla finestra di una piccola via francese.

Rumore: il vociare allegro degli studenti che escono da scuola, le grida di rabbia del padre di Clem mentre la caccia di casa, i canti delle manifestazioni.

Odore: pancakes zuccherati per colazione.

Sensazione: l’angoscia di avere qualcosa dentro, qualcosa che fatica ad uscire e di cui vorremmo liberarci.

Sapore: le lacrime salate che dalla guancia scendono a bagnare le labbra.

Citazione: Clem, di orribile c’è la gente che si uccide per il petrolio e compie genocidi. Non il voler dare amore ad una persona. La cosa davvero orribile è che ti insegnino che è sbagliato innamorarsi di una persona solo perché è del tuo stesso sesso.

 

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FILM BRUTTI – ALIEN COVENANT

Sapere cosa è arte e cosa no, cosa è bello e cosa non lo sia è un po’ il dramma dell’uomo contemporaneo. Tutti devono interrogarsi, dare la propria opinione, sparare sentenze a raffica senza la minima professionalità perché, ehi, questo è un diritto.

Non approfondirò questo argomento perché, sinceramente, non so proprio come potrei rispondere. Non direi niente di nuovo, e come dice il papà di Tippete in Bambi: “quando non hai niente da dire, è meglio se non dici nulla“.
Posso però sentire di poter affermare senza timore di smentita che ho scoperto un metodo infallibile per giudicare se un film horror è bello o no: il trucco del librogame.

Di norma sono una persona emotiva, molto emotiva. Quando leggo un libro / guardo un film / una serie tv / leggo lo scontrino del calzolaio mi immedesimo incredibilmente in quello che stanno vivendo i protagonisti (ma come fanno a campare con due euro per un lavoro di tre giorni?! La volta prossima gli porto sedici paia e gli lascio almeno un cinquantone). Questo porta, come avrete già capito, a quella deliziosa acidità di Stomaco che sempre mi accompagna e che mai mi abbandona, e che alla fine è un po’ il sale della mia stessa vita. Dopo anni di pratica, sono riuscita a sfruttare questa capacità di mettermi nei panni degli altri per creare un metro di valutazione.
Mi sono accorta che, ogni volta che guardavo un film horror, la prima cosa che mi veniva in mente era questa: “che cosa avrei fatto io, se fossi stata nei protagonisti, per non rimanerci secca?
Se le risposte sono innumerevoli, allora il film fa veramente cagare.
Per esplicarvi al meglio questa teoria, prenderò ad esempio un film che ho appena visto nelle sale: Alien Covenant.
Vi spiego come l’avrei vissuto io.

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1. Un’astronave sta virando alla volta di un nuovo pianeta da colonizzare. Porta con sé una fracca di persone e migliaia di embrioni, una grossa responsabilità. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Stomaco è l’amministratore delegato dell’azienda Humana che si occupa dell’assunzione del personale da spedire nello spazio. Stomaco è responsabile, e sceglie accuratamente persone stabili mentalmente e non marito e moglie. FINE

2. L’equipaggio viene assunto da Infojobs. Succede un imprevisto, e la ciurma si risveglia; sentono un messaggio radio proveniente da un altro pianeta. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Qui, il capitano Stomaco fa razionalmente capire a tutti che è proprio una cagata mettere a repentaglio la vita di seimila persone per seguire un segnale che manco si sa cosa dica. La nave prosegue per la propria rotta. FINE

2. Qualcuno ignora il capitano Stomaco, e decide di sbarcare ugualmente sul pianeta. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Vengono fornite a tutti gli astronauti delle tute spaziali, giusto perché scendere in KWay è un po’ una cacata. FINE

3. Sono finite le tute spaziali. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Una biologa preleva un campione della flora del pianeta e di eventuali funghi per studiarli prima di far sbarcare tutti. FINE

4. La biologa ha il cagotto. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Si mandano solo due persone in esplorazione; nel caso non tornino o ci siano dei problemi, la salvezza degli embrioni e dei passeggeri è più importante. FINE

5. Si scende comunque tutti insieme perché si ha voglia di un picnic. Qualcuno rimane infettato da qualcosa, a tal punto che non riesce a camminare. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Il pilota sa che lasciare la porta dell’astronave aperta è da coglioni, ed infatti è chiusa. Qualsiasi agente contaminante che possa infettare tutti non va portato dentro la navicella. FINE

6. C’è vento e le porte sbattono. L’infetto riesce ad entrare. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Il personale è preparato e sa come gestire un’emergenza. Attira l’alieno fuori dalla navicella, invece che mettersi a sparare a materiale altamente esplosivo. FINE

7. Per disgrazia la navicella salta in aria. *TRUCCO DEL LIBROGAME* La nave madre è veramente troppo preziosa. Un bravo membro dell’equipaggio sa che la missione va portata a termine e naviga verso la volta del pianeta di destinazione, abbandonando parte dell’equipaggio che teme inoltre essere infetto. FINE

Potrei andare avanti all’infinito, ma in realtà ripercorrere l’intera trama di questo film un po’ mi fa male al cuore. Ci sono cose che forse è meglio dimenticare.

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Se ci sono troppi buchi nella trama, tamponarli con altri buchi nella trama non è proprio una tattica vincente.

Prendiamo un altro esempio di film horror, giusto per: l’Esorcista (potrei prendere Alien, ma non voglio infierire).

1. Una bambina viene posseduta dal Diavolo. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Sei fottuta. Non ce’ niente da fare.

Mi sembra che questa sia una sceneggiatura intelligente, che tenga conto di eventuali scappatoie che il protagonista avrebbe potuto prendere e lo blocchi senza via d’uscita. Giusto perché, se vuoi spendere quegli ottanta milioni di dollari per fare un film, almeno rileggi le bozze, che dici?

Mi fermo qui, perché potrei dire una parola riguardo agli attori, ai personaggi, alla trama copiata da altri film fra l’altro omonimi, ma perché? Perché sprecare il mio tempo?
Sono stufa di dire che sono stufa di farmi propinare merda perché tanto siamo tutti deficienti. Questo Alien 8 è l’ennesimo fallimento di cose portate avanti all’infinito perché bisogna fare soldi e bisogna continuare e tanto i fanboy ci sono sempre e

Oh a proposito, quando esce Star Wars 8?

Recensione – Il Libro delle Meraviglie

Raramente compro un libro non appena esce nelle librerie, per tre motivi:
1. sono un’appassionata di classici
2. il libro è un po’ come il vino, mi piace sfogliare le pagine ingiallite
3. voglio sempre leggere qualche recensione, voglio sentire altri pareri, e provo un sottile piacere quando, alla fine, scopro di avere un’opinione completamente diversa

Ci sono però delle eccezioni: compro fumetti e graphic novel immediatamente, e a volte li ordino appena so che verranno pubblicati.
Forse è una debolezza, ma non riesco a resistervi. Ergo, quando ho saputo che sarebbe uscita l’ultima raccolta di Ortolani, me la sono fatta immediatamente mettere da parte.
Ecco cosa ne penso.

 

Che cosa è?

Temi: il libro è diviso in due sezioni, con un capitolo per argomento (l’aborto, la prostituta, il morto, il comunista… titoli un po’ da carte dei tarocchi). La prima, più lunga, tratta delle meraviglie della natura, mentre la seconda delle meraviglie della tecnica.

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Genere: quando si parla di Ortolani, solitamente ci viene in mente una comicità totale, esagerata, incredibilmente efficace, che punta molto sui giochi di parole. Qui, invece, bisogna prendere con le pinze il termine “comico”: forse sarebbe più adatto “umoristico”. Le tematiche sono pesanti, ciò di cui tratta fa molto riflettere, e non si ride sguaiatamente, ma amaramente. E’ più… Spiazzante.

Pubblico: se Ratman è per tutti, il Libro delle Meraviglie è per pochi. Potrebbe essere dedicato ad un pubblico più ampio, ma conosco poche persone che non si offendono se gli mostri ironicamente la tua opinione diversa dalla loro.

Avvertimenti: bisogna avere una buona dose di autoironia e capacità di comprensione e di riflessione per leggere Ortolani, soprattutto questa sua ultima opera. Come scrive nell’introduzione Michele Foschini: “di solito, quando uno spettatore guarda un comico il suo sguardo dice: fammi ridere. A volte, però, il comico ricambia lo sguardo dello spettatore e risponde: va bene. Ma ricordati, ti avevo avvertito“.

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

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Livello di impegno: ★★★★☆.  se siete abituati a leggere Ratman, questa volta dovrete calarvi ad un livello di lettura più profondo. Non è un fumetto da leggere nella pausa cesso.

Tempo: ★☆☆☆☆. Ho un problema con i fumetti, li leggo in tre secondi (sì, provate a capire il mio disagio quando il mio mangaka preferito non pubblica un volume da due anni).

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆☆. Come in ogni fumetto, un occhio va alle immagini ed uno alle parole. Sarebbe inutile fossilizzarsi su dialoghi lunghissimi e complicati. Più che il linguaggio, sono i contenuti che vanno interpretati.

Divertimento: ★★★★★. Si ride perché è Ortolani. A volte è un riso amaro, ma io non ho mai riso così tanto come leggendo questo autore, quindi, per quanto possa essere profonda la tematica, saper far ridere rimane un suo marchio di fabbrica.

Ansia e disagio: ★★★☆☆. L’amarezza c’è, ci deve essere e rimane nascosta alle vostre spalle senza che voi ve ne accorgiate, come quella ragazzina del liceo bruttina che era innamorata di voi e vi seguiva sempre per i corridoi. Alla fine, quando avrete chiuso l’ultima pagina, vi chiederete cosa sia quel sapore amaro che vi è rimasto in bocca, e che non vi va via nemmeno con una golia.

Difetti: ★★☆☆☆. Se proprio vogliamo dirla tutta, questa è una raccolta, e alcune tematiche sono un po’ obsolete – o meglio, si capisce che sono state scritte anni fa; hanno dei riferimenti tipici degli anni Novanta, fruibili appieno forse da qualcuno con qualche anno in più. Una rimodernatina gli avrebbe sicuramente fatto bene, ma ricordo che la comicità di Ortolani è caratterizzata anche da quel profumo di vintage che in altri fumettisti contemporanei manca completamente (Zerocalcare calca un po’ verso quella direzione – perdonatemi il gioco di parole – ma il bagaglio culturale a cui attinge è ovviamente più recente. Bel lavoro ad entrambi, comunque)

Le emozioni che trasmette

Colore: il giallo della copertina penso che sia davvero perfetto. Come ogni tavola di Leo, è stava colorata dal fratello Lorenzo, e forse ci fa capire che niente è stato lasciato al caso: le tinte ricordano i vecchi libri dei Nobel e delle curiosità per bambini.

Canzone: un jingle pubblicitario o un intermezzo fra un programma televisivo e l’altro.

Rumore: la voce squillante di un presentatore allegro che si addentra nelle disastrose meraviglie del mondo.

Odore: la puzza di plastica delle bambole gonfiabili e del lattice dei preservativi.

Sensazione: la paura che la propria risata venga smorzata da un colpo basso.

Sapore: un tè con mezza scorza di limone.

Citazione: “Usate precauzioni per l’AIDS?”
“Io faccio bollire l’acqua, prima di berla!”
“Mi scusi, ma non usa i preservativi?”
“No. Bicchieri”.

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Recensione – Murakami, Uomini senza Donne

 

Sto scrivendo la recensione in ospedale, in coda per gli esami del sangue. Non sarà come le altre, non voglio metterla in punti perché ci sono poche cose che voglio sottolineare, e voglio farlo per bene. Meno male che ho un po’ di coda davanti a me, penso che una pausa forzata mi possa dare una mano a pensare bene a quello che voglio dire, non voglio recensirlo cedendo alla fretta.

C’è un signore sulla cinquantina, con baffi particolarmente importanti, che continua a sbirciare quello che leggo. Fra un po’ gli chiedo se mi corregge le bozze.

Perché proprio “Murakami, Uomini senza Donne”?

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Ho scritto anche il nome dell’autore nel titolo perché voglio recensire anche lui, non solo il libro.
Così, di botto, questo libro non mi è piaciuto. Non ha rispecchiato le mie aspettative. Del resto, dal titolo mi aspettavo tanto: è un titolo importante, grave, ricco di responsabilità. Non posso scrivere un titolo da clickbaiting e poi scadere nel pressappochismo. Non si fa.

Ho iniziato a leggere Murakami perché tutti me ne parlavano bene. “E’ un visionario, è troppo bravo. Ma non leggere 1Q84, leggi Norwegian Wood. Leggi Kafka sulla spiaggia”. Io sono andata in libreria e ho trovato solo questo, e questo ho comprato.

“Ma che minchia hai preso” è stata la valutazione media di tutti quelli a cui l’ho detto. “Qualcosina si salva, ma non dovevi partire da quello”.

Ottimo.

La banalità del male

Con questa serie di racconti, Murakami ha fallito completamente. Vuoi parlare del rapporto fra uomo e donna? Dell’amore? E allora perché cazzo su sette racconti, sette parlano dell’amore coniugale? Quanti tipi di amore ci sono? Quanti tipi di rapporti?

Ma soprattutto, perché su sette racconti solo due non parlano di un uomo irreprensibile la cui moglie mignotta gli fa le corna?

Il canovaccio è più ripetitivo dei film di Alien: un pacato ed innamoratissimo signore giapponese scopre con estrema sorpresa che la moglie, incomprensibilmente, cede alle lusinghe sessuali di uno o più signorotti. In uno dei casi, addirittura, una “poco di buono” (cit.) lascia un donnaiolo che muore d’amore, poveretto. Io la chiamo rivincita, Murakami la chiama stronza.

Innanzi tutto, se tua moglie ti fa le corna con tanti uomini e manco te ne accorgi, forse, e dico forse, qualche responsabilità ce l’hai. Se arrivi a non cagarla a tal punto che non ti rendi conto che prende quaranta cazzi diversi, complimenti. In realtà, alcuni addirittura lo sapevano, ma non avevano il​ coraggio di lamentarsi; entriamo nello stereotipo del giapponese mite e impaurito, timoroso di offendere la gente? No, signor Tatase, scusi se l’ho interrotta, continui pure a penetrare mia moglie, vuole una tazza di tè? Sfido io che lei ti fa le corna! Sembra che non te ne freghi un cacchio!

O forse qualcuno qui sta scadendo nello stereotipo sessista e pressapochista?

No, perché il libro è pieno zeppo di quel sessismo silente, ovattato, talmente insito nella quotidianità che sembra che nemmeno l’autore se ne renda conto. Ho discusso a lungo con gente che ha letto l’opera omnia di Murakami e che conosce l’universo della letteratura giapponese, e hanno purtroppo confermato la mia tesi.

Ammesso e non concesso che il becero sessismo sia una caratteristica che accomuna solo i suoi personaggi, e non l’autore, ricordo che sta a lui scindersi da loro e far capire al lettore che no, lui non pensa davvero che una donna possa portare sfiga, no, non pensa davvero che nessuna donna sappia guidare, no, non pensa davvero che sia una poco di buono una che scarica l’amante, no, non pensa davvero che tutte le donne abbiano “un organo che le faccia dire le bugie senza esitazioni“.  Si fa sempre fatica a dividere lo scrittore dalle sue creazioni, ma lui, da questo punto di vista, ci deve aiutare. Non può fare commenti sessisti offensivi e passarla liscia, così.

Che poi è naturale che l’autore prenda le distanze. Voglio dire, se così non fosse, Kubrick e la Highsmith sarebbero all’ergastolo, no?

I brividi

Un altro triste siparietto che si è aperto davanti ai miei occhi ormai tristi è stata la divagazione sull’anoressia, dove un serio ed affidabile segretario che “se non avessi saputo che era gay, non lo avrei mai indovinato: aveva l’aria di un bravo ragazzo” (vi giuro, non sto inventando niente. Vi giuro, questa frase raccapricciante l’ho letta davvero), dicevo, questo povero gay dice: “parlare di anoressia non è esatto. Come lei saprà, è una patologia che colpisce solo le giovani donne, che vogliono dimagrire per essere più belle. Di conseguenza, è impensabile che un uomo di mezza età sia anoressico“.

Da ex “anoressica”, se proprio vogliamo identificare una persona con la sua patologia (lo so che ormai è nel linguaggio comune, ma voi direste a un malato di cancro “ecco, lui è un attumorato?” No), e comunque dico ex per abitudine, ma come ben saprete da certe malattie non si guarisce mai, questa citazione non solo è errata, non solo è offensiva, obsoleta e ignorante, ma è anche estremamente pericolosa, perché nessuno che abbia la possibilità di parlare alle masse dovrebbe ridurre complesse patologie ad una cazzatina.

Era solo un parere di un povero gay che sembra normale? No, qui il tono non era di parere, era didascalico, esplicativo, “come lei saprà“. Era una spiegazione ovvia, precisazione inutile. Fa rabbrividire, vero? Una cosa del genere detta in TV fa scattare la denuncia.

Non sono una povera cretina che si offende per ogni cagata biascicata da un personaggio, o il mio film preferito non sarebbe Apocalypse Now. Perché non mi offendo di fronte ad un “adoro il profumo del napalm la mattina“? Perché quella frase serve a caratterizzare la coglionaggine di quel personaggio, perfettamente calato nel contesto di una guerra inutile e cretina, che ti aiuta a simpatizzare per quei poveri Charlie che non fanno surf. Che aiuta il protagonista a capire l’orrore di quelle parole. E’ qualcosa che serve; qui, in Uomini senza Donne, questi commenti non servono. Questi commenti spaventano.

Iperbole finale

Nell’ultimo racconto, Murakami prova a salvarsi in zona Cesarini con una divagazione puramente lirica sull’amore in generale. Carino, ma leggetevi Buzzati, poi mi dite. Anche il penultimo racconto, una specie di omaggio alla Metamorfosi, è in realtà la copia di Kafka. Ok che il vero artista non copia ma ruba, però anche io posso mettermi qui e iniziare a scrivere con la stream of consciousness, e il risultato sarà una cacata.

Stilisticamente parlando, Murakami è un maestro. Usa metafore e sinestesie non come abbellimenti, ma come il filo da imbastitura del canovaccio. E’ una caratteristica tipica della letteratura giapponese, e l’eleganza e la raffinatezza di questa tecnica dipendono dal fatto che gli autori la utilizzano naturalmente, senza scomporsi, come se fosse parte integrante della loro cultura, come se fosse un premio ed un ringraziamento per il lettore che gli dà l’onore di leggerli. Il nostro Mura, invece, scade nell’autocelebrazione: i personaggi ripetono compiaciuti le figure retoriche, come a dire “come mi è venuta in mente una cosa del genere? Aspetta che me la scrivo”, o le ripetono all’infinito, facendoci a volte nauseare. Le rendono un capriccio artificioso. Rimane comunque molto più bravo di me, e sì, prima che ve lo chiediate, certo che sono invidiosa.
Quella sera pioveva. Non tanto, quel che bastava per chiedersi se convenisse prendere l’ombrello o no“.
Ero cresciuto, e sapevo distinguere una metafora da una similitudine“.
L’ombra densa dei marinai spargeva le puntine aguzze della metafora“.
Dio, quanto vorrei scrivere così.
(Comunque, è bravissimo, ma team Buzzati tutta la vita)

In sintesi: leggerò altro di Murakami, sicuramente, perché voglio cambiare idea. Voglio che questo sia solo un suo errore, una svista, qualcosa di sbagliato, qualcosa da cui partire per migliorarsi e regalarci altri libri meravigliosi e che ci facciano sognare. Lo spero proprio.

Ora vado, che hanno chiamato A37 e se tardo cinque secondi, alle casse chiamano il cinquantenne baffuto che è proprio dopo di me e che ormai ha letto prima di voi questa recensione.

Recensione – Acque Profonde

Ho comprato questo libro perché stavo facendo lezione ad uno dei miei numerosi ragazzi, e per compito di antologia doveva leggere un brano tratto da Acque Profonde.

Mi ha inquietata talmente tanto che, per giorni, non ho fatto altro che pensarci. Come può svilupparsi in modo interessante una trama così semplice? Che razza di scrittore riuscirebbe a trattare di personaggi del genere?

E fu così che entrai nel magico mondo della Highsmith.

Che cosa è?

Temi: cercherò di essere il più breve possibile senza mutilare troppo la trama e senza soddisfare la vostra curiosità. C’è un uomo particolarmente paziente, sposato ad una donna particolarmente odiosa. Ma davvero tanto odiosa. La storia tratta della metamorfosi del protagonista, da marito ideale a pazzo omicida. Lo so, può sembrare una trama scontata e trita e ritrita. Fidatevi: non lo è.

Genere: dovrebbe essere un noir, un thriller, presumo. Aggiungiamoci psicologico: thriller psicologico. Ecco, forse questa è la definizione che gli si avvicina di più… In realtà, penso sia un romanzo sulla metamorfosi dell’essere umano, sulle stranezze del comportamento, sulle possibilità e sulle capacità della mente umana. Il lettore si troverà davanti ad un cambiamento mastodontico, ma l’autrice ne ha descritto ogni step, passo dopo passo, fino a renderlo non solo accettabile, ma anche logico.

Pubblico: sinceramente, penso sia un libro un po’ per tutti. Non è un thriller come potrebbero essere quelli di Stephen King, è molto più leggero e meno pauroso; tuttavia, lo sconsiglio a chi non sia disposto a mettersi in discussione. Non lo capirebbe.

Avvertimenti: l’autrice ha fatto in modo che il lettore si immedesimasse con Vic, il protagonista. Cercate di non farlo: provate a rimanerne fuori. Io sono una persona con la totale incapacità di estraniarsi, quindi ci sono cascata a piè pari, ma voi provateci. Vi stupirà ancora di più.

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★☆☆☆.  Non è difficile, è discorsivo e fluente, qualità molto importante per i libri di questo genere. Tuttavia, ci sono diversi piani di lettura. Certo, leggendolo senza pretese offre comunque una bel diversivo, ma secondo me andrebbe letto almeno due volte: una per goderne la trama, una per capire i personaggi. Per immedesimarsi in entrambi i coniugi. Per cercare di comprendere il perché dei loro comportamenti.

Tempo: ★☆☆☆☆.L’ho letto in un giorno. Non perché non avessi niente da fare, anzi – dovevo pure fare un concorso – ma perché il libro non mi ha permesso di alzare gli occhi da lui per troppo tempo.

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆.Il linguaggio in sé è semplice: è capire ciò che c’è scritto fra le righe che non lo è.

Divertimento: ★☆☆☆☆. Se volete ridacchiare, evitate la Highsmith.

Ansia e disagio: ★★★★☆. C’è quel giusto livello di ansia che vi accompagnerà in ogni riga, senza che ve ne rendiate conto, e che vi spingerà a continuare ad andare avanti. Ho provato a staccare due ore da questo libro, non ce l’ho fatta.

Difetti: ☆☆☆☆☆. Questa sezione è il motivo per cui ci ho messo tanto a pubblicare questa recensione. Ho pensato a lungo ai difetti che poteva avere questo libro, ma… Non ne ho trovati. La trama è semplicissima, così da non distrarre il lettore da ciò che è veramente importante, ossia il trip all’interno della mente malata dei personaggi. Alla fine arriverete a chiedervi: e io, come avrei reagito? Non avrei forse fatto la stessa cosa…?
Alcuni si sono lamentati per averlo finito troppo in fretta. Non è questo che dovrebbe fare un libro? Impedirvi di staccarsi da lui?

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Vic è un cazzo di figo. E’ questa la cosa sbagliata, fondamentalmente: voi arriverete a tifare e parteggiare per un serial killer. Lo appoggerete, spererete che non venga scoperto e che continui a coltivare indisturbato le sue lumachine. Vi autoconvincerete che, forse, non abbia mai fatto niente di male, che sia stato tutto un sogno, uno sbaglio della vostra memoria. Poi, una volta che avrete chiuso il libro, vi guarderete allo specchio e vi direte: seriamente ho pensato una cosa del genere?

Personaggi da odiare: penso sia ovvio: Melinda, la bisbetica, vanitosa, altezzosa, infantile e vendicativa moglie di Vic. Questa stupida ignorante, questa madre snaturata è stata creata per farsi odiare, l’hanno disegnata così. Quello che dovrebbe essere il bersaglio di ogni vostro picco d’odio sarà in realtà un modo per guardare dentro a voi stessi e per chiedervi fino a che punto sareste disposti a spingervi.

Colore: marrone scuro, come i mobili delle case dei signori, come i torchi da stampa, come le vetrinette delle lumachine, come il pianoforte che Melinda non sa suonare.

Canzone: una melodia di Beethoven trasformata in una filastrocca per bambini, sguaiata e strimpellata male.

Rumore: il brontolare sommesso, gli strilli ed i lamenti di Melinda, e il vociare allegro e cortese delle feste dell’alta società.

Odore: la puzza di cloro della piscina.

Sensazione: la consapevolezza di non aver fatto niente di male, di aver tutti dalla propria parte.

Sapore: uova strapazzate, bacon e whiskey, la colazione delle cinque di mattina, quando l’amante di Melinda è collassato sul pavimento e Vic è ancora sveglio per prendersi cura di lei.

Citazione: Vic non ballava mai, ma non per le ragioni che di solito si danno gli uomini che non ballano. Vic non ballava mai semplicemente perché a sua moglie piaceva molto ballare. Sua moglie era insopportabilmente stupida, quando ballava. Riusciva a fare del ballo una cosa imbarazzante.

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2017 e ancora non

Devo ammettere che spesso mi capita di rivolgere la mia attenzione alla vita quotidiana di tutti i giorni, e interrogarmi su cose che in realtà classifico come routinarie.
Se ci fermassimo un attimo a ragionare, ci accorgeremmo che ci sono tantissimi aspetti della nostra vita che hanno subìto un netto miglioramento, nel corso degli anni.
C’è però da dire che, ultimamente, l’attenzione della scienza si è focalizzata su vere e proprie inutilità: basti pensare ai selfie stick, alle sigarette con il sapore di mirtillo nel filtro, alle tazze che cambiano colore a seconda del calore ma che non possono andare in lavatrice, alle tinte di pelo per cani, ai fendinebbia…

Sembra che ormai agli scienziati, ai sociologi e alle persone importanti non sia rimasto più niente da fare che creare bisogni per poterli soddisfare. Eppure, esistono ancora così tanti problemi nel mondo che andrebbero risolti!
Forse semplicemente non lo sanno. A questo punto, è meglio che mi dia da fare ed elenchi le cose a cui si sarebbe dovuta trovare una soluzione ancora decenni fa.

Siamo nel 2017, e ancora:

1. non esiste un anticoncezionale funzionante al 100% – nemmeno l’astinenza, vedi la Madonna

2. le donne non possono fare la pipì nei campi

3. non tutti hanno visto Star Wars

4. i treni sono in ritardo (anche perché siamo troppo evoluti per avere i casellanti, ma siamo troppo indietro per automatizzare tutto)

5. i gelati non hanno un sistema di raffreddamento autonomo durante i mesi torridi, e ci si sciolgono in mano e per terra

6. le granite e gli alcolici sono ancora appiccicosi, e in discoteca bisogna stare attenti al risucchio delle suole tipo sabbie mobili

7. non c’è il wifi libero ovunque

8. non siamo in grado di disinfestare case dagli insetti senza ricorrere al plutonio

9. non abbiamo ancora inventato raggi restrittori per le auto per trovare facilmente parcheggio

10. …o più semplicemente il teletrasporto

11. ci si ostina a installare asciugamani che soffiano aria nei bagni pubblici. Pronto?! Sono meno comodi, meno efficienti, meno rapidi e soprattutto meno amati dei fazzoletti

12. per proteggerci dall’effetto splatter durante il ciclo mestruale dobbiamo infilarci rotoli di cotone su per la cervice o strati di cosa plasticosa nelle mutande

13. per far viaggiare i cani grossi in aereo dobbiamo per forza ucciderli e ficcarli in stiva, non necessariamente in quest’ordine

14. non abbiamo ancora scoperto Atlantide

15. non sappiamo ancora a chi si riferisse Dante nella personificazione del Veltro

16. siamo razzisti, sebbene siamo consapevoli ormai che le razze pure esistono solo nei cani da corsa clandestina

17. per levarci una carie usiamo dei cazzo di trapani

18. non abbiamo scoperto forme di vita aliene

19. dobbiamo aspettare mezz’ora prima che lo smalto si asciughi

20. la necessità di pisciare e quella di bere un caffé al bar devono nascere contemporaneamente, o sei fottuto

21. non abbiamo ancora inventato un sistema efficiente di controllo del meteo che permetta di sapere che tempo farà domani a prescindere che vogliamo lavare l’auto o no

La Gioventù

Oggi una ragazzina si è avvicinata a me. Se fossi stata un uomo, probabilmente sarebbe stata una di quelle classificabili come “da galera”, ma non sono un uomo, conosco la legge e quindi la consideravo solo una bella figa.
Sorrido e aspetto che mi raggiunga. cosa vorrà? Una sigaretta? Sapere dove ho preso i miei fantastici orecchini?
Mi guarda da dietro gli occhiali da sole e sorride imbarazzata. “Scusi, signora…”
Sbam. Ice bucket challenge level: over 9000.
Scusi signora?! Ma potrei essere tua sorella! Tua cugina! La tua fornaia di fiducia! Che significa “scusi signora”?!
Nel panico, cerco il colpevole, l’atteggiamento o il particolare che ha tradito la mia vecchiaia. Sarà la borsa che reggo con l’incavo del gomito che fa troppo “sciura”. Sarà che il mio rossetto è troppo spento. Dovevo osare di più. Saranno le scarpe. Dai, gli stivaletti sono da vecchia. Quasi ortopedici. E i risvoltini non sono abbastanza alti. Guarda i suoi. Guarda che caviglie. O forse… O forse è questa maledettissima ruga che mi sono vista stamattina… Pensavo che fosse perché ho dormito spiaccicata sul cuscino,ma guarda la faccia che fa, evidentemente c’è ancora! Che disgusto devo suscitarle? Avrà paura ad invecchiare, dopo avermi vista. Che schifo. Sono lo specchio della dura realtà, un tuffo nel tempo, il fantasma dei Natali Futuri…
Mentre mi dilungo a pensare a queste drammatiche possibilità, ho comunque la prontezza mentale di rispondere alla sua domanda. Vuole sapere dov’è via Garibaldi.
Mi sorride e mi ringrazia. Io la guardo sconsolata, e affranta.
Comincio a camminare a passo spedito verso la macchina. Da domani dieta, penso. La ciccia fa tanto menopausa.
Sono così immersa nei miei pensieri, che per poco non mi schianto contro un ragazzo che sta uscendo da una scuola. Lo guardo: sembriamo coetanei! Presa da un lampo di gioia, scruto in lui qualsiasi cosa che faccia tradire la sua giovane età da liceale: nulla. Siamo proprio uguali! Gongolo. Forse non sono così vecchia! Intanto, una mandria di sedicenni si catapulta fuori dal cancello del liceo. Si spintonano, si tirano gli zaini, sapete, le cose che facciamo noi giovani! E passando salutano il ragazzo di prima con un “Arrivederci, prof!”
Sbam. Secondo Ice bucket challenge.
Professore?! Ma da quando? Chi gli ha dato il permesso? La gente della mia età è ora quella gente che io consideravo anziana a quindici anni? Quel genere di persone che trattavo garbatamente, perché sai, l’Alzheimer? La mia mandibola crolla, insieme alla mia autostima. Me ne torno all’auto a piangere, nascosta nell’abitacolo.

Ma la mia autocommiserazione dura ben poco. Dopo il lavoro, di solito, dato che sono una morta di fame vado a fare lezione pomeridiana ai ragazzi. Reprimo il magone e mi dirigo verso casa di Ciccio dell’Oca (nome inventato, lo so, ma mi ricorda tantissimo Ciccio, l’aiutante in cascina di nonna Papera: un contadinotto buono, grosso e golosissimo, iperviziato da nonna e genitori e totalmente inetto con la tecnologia). Oggi è mercoledì, e mercoledì è un giorno pesante, perché giovedì alla prima ora c’è latino, e se sei pendolare e arrivi col treno nessuno ti fa copiare se arrivi tardi in classe.
Comincio a spiegare, cercando di fingere un tono allegro e spensierato. “Cesare morì alla giovane età di 56 anni…Oddio. Giovane giovane forse no, ecco, Kurt Cobain è morto giovane, che aveva ventisette anni…”
Ciccio dell’Oca, maledetto quattordicenne, sgrana gli occhi, manco gli fosse caduta di fronte un’enorme torta nuziale a sei piani. “Kurt che? Chi era quel vecchio?”
Una ci sta, due danno fastidio, ma tre secchiate di acqua gelida in un giorno solo ti ammazzano, davvero. Faccio tre respironi profondi: uno morale per ricordarmi che rischio la galera con l’omicidio su minori, uno più veniale dove penso ai soldi che mi danno per le lezioni, ed il terzo, dove mi ripeto che il Metodo Montessori Modificato è vietato in molti Paesi, fra cui, sfortunatamente, l’Italia (per chi non lo sapesse, il Metodo Montessori Modificato è quello dove al posto delle sberle le cose si fanno capire con dei ferri da stiro sugli zigomi).
Evito e sorvolo il fatto che non conosca Kurt Cobain, ripromettendomi di condividergli sulla bacheca di Facebook tutta la discografia a intervalli di tre minuti fra un video e l’altro non appena sarò tornata a casa, e mi focalizzo sull’aggettivo che ha utilizzato.
“…Vecchio? A ventisette anni? Ma tu sai quanti anni ho, io…?”
Ciccio Bastardo dell’Oca sembra pensarci su. “Uhm” riflette, portando il suo ditino da preadolescente alle labbra. “Trenta?”
In quel momento, la rabbia che scaturisce dal mio corpo è tale che dall’altra parte dell’Universo, per mantenere bilanciata la Forza, hanno aperto immediatamente sette nuove scuole Jedi.
Procrastino, non gli rispondo subito, perché sono abbastanza occupata a scegliere attentamente che insulto lanciargli. Sfoglio rapidamente il mio repertorio.
“Brutta cacca puzzona!” singhiozzo. Ok, non è proprio il massimo, ma avrò tempo stasera sotto la doccia di sceglierne un altro sicuramente più azzeccato e brillante. “Non ho trent’anni! Veramente sembro così vecchia?! Guarda!” alzo dritta la mia gamba, portandogli la scarpa a tre centimetri dal naso “Ho le Stan Smith! E i risvoltini! E guarda” apro Instagram, scorrendo velocemente le foto “ho un sacco di like!”
Lui è visibilmente a disagio. Forse sa di aver toccato un tasto dolente. Prova a giustificarsi con la solita scusa insipida del “non so dare un’età alle persone”. Io lo ignoro, piango, mi dispero. Che altro posso fare? Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia.
Non ho più voglia di fare lezione. Non ho più voglia di far niente che non sia iniziare a costruire la DeLorean per tornare dallo Stomaco sedicenne e dirgli di muovere il culo a vivere, che a ventisei anni la vita è già finita.
Quindi niente, la mia età esce prepotentemente in superficie anche con tutto quello che faccio per impedirlo. I piercing, le magliette da hipster, i selfie davanti allo specchio. Posso tranquillamente buttare via il mio taccuino in cui annoto i comportamenti dei giovani, per studiarmeli a casa ed imitarli il giorno dopo.
Sono vecchia.
La realtà fa male, soprattutto quando ti viene sbattuta in faccia come una padella di olio bollente in cui hanno appena fritto delle patatine.
Mi giunge, lontana come se provenisse dagli inferi, la vocina flebile di Ciccio: “ma tu non sei vecchia”.
Mi volto furente. Un conto è l’affronto, un altro è rigirare il coltello nella piaga. “Non so se hai presente il magico mondo della matematica” ribatto, secca “ma se mi dai trent’anni e consideri vecchio un ventisettenne, beh, per la legge di maggioranza della bistromatica, sono vecchia anche io”.
Mi guarda con sguardo interrogativo. “Perché?”
Stringo le labbra, interdetta. Forse temporeggia per non assaporare la mia vendetta – che solitamente consta nell’interrogarlo sull’intero programma di latino dei due anni precedenti – o forse semplicemente oggi brilla di sagacia più del solito.
Sto per fargli un disegno esplicativo della linea dei numeri, quando mi precede.
“Non è che uno è vecchio per l’età. E’ vecchio perché fa il vecchio”.
Improvvisamente, la mia mente si zittisce, si azzera ed inizia a contemplare il Nirvana. Che cazzo sta dicendo? La pura verità, mi dico. Non sono vecchia perché non lo sono, semplicemente. Perché mi comporto ancora da adorabile ragazzina irresponsabile che non ha capito un cazzo dalla vita.
Con gli occhi sgranati sorrido, beata. Questo ragazzino con difficoltà con la prima declinazione mi ha appena aperto un mondo. Forse – e dico forse – posso cominciare ad accettare me stessa, la mia crescita, la mia evoluzione senza sembrare mai vecchia davvero.

E magari tiro giù anche i risvoltini.

Recensione – Buona Apocalisse a Tutti!

Ho comprato questo libro sotto consiglio di un ragazzo malato, come me, di Pratchett e Adams. Questo racconto è scritto a due mani, da Terry Pratchett e Neil Garman.
Mi aspettavo qualcosa di completamente diverso (Cit.).
Mi sono sbagliata.

Che cosa è?

Temi: e già qui mi devo fermare un momento. Di cosa parla questo libro? Dell’Apocalisse? No. Di come sventare un’Apocalisse? Forse. Di tante cose a caso che non sembrano avere alcun nesso logico? Sicuramente.
Non fraintendetemi, io adoro Douglas e il nonsense, ma il nonsense ha senso solo se è terribilmente nonsense, ossia esageratamente a caso e così imprevedibile da risultare divertente. Deve anche riuscire ad annullare la nostra sospensione dell’incredulità. Se non ce la fa, niente, ha fallito. Questo libro mi sembra appartenga al secondo gruppo.
Forse voleva essere una commedia senza pretese… Ma se ti chiami Picasso non puoi metterti a fare acquerelli di paesaggi sulla Senna. Per amore dei tuoi fan.

Genere: dovrebbe essere comico. Parliamoci: ho letto praticamente l’opera omnia di Pratchett, e per me lui è il Dio della letteratura comica, ironica, irriverente. Questo libro non sembra scritto da lui.

Pubblico: se amate Pratchett, non leggetelo. Vi deluderebbe. Se volete una lettura leggera, senza capo né coda, ma che vi faccia sorridere ogni tanto con delle battute di buon gusto e politically correct, allora prego, accomodatevi. Vi potrebbe anche piacere tanto.

Avvertimenti: se volete leggere qualcosa di veramente bello, prendete in mano la saga del Mondo Disco.

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★☆☆☆☆. Non c’è molto da dire, è uno di quei romanzetti che si leggono in coda alle poste, o mentre si aspetta che venga su la pasta. Forse si potrebbe definire un libro per ragazzi. Ragazzi che non leggono tanto, ecco.
No, dai. Se l’avessi letto alle elementari mi sarebbe piaciuto, davvero.

Tempo: ★☆☆☆☆. Si legge in due giorni e vi avanza anche il tempo per innaffiare il giardino, adesso che inizia la bella stagione.

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆. Scorrevole, semplice, senza secondi livelli di lettura. Niente figure retoriche, niente terminologie ricercate.

Divertimento: ★★★★☆. Dipende da cosa siete abituati. Sicuramente è comico e sicuramente fa sorridere, sghignazzare, a volte addirittura ridere. Ricordatevi sempre che è umorismo inglese, sottile come un baobab e di buon gusto come un nano da giardino.

Ansia e disagio: ★☆☆☆☆. Non c’è suspence, è tutto così tranquillo. E’ un libro adatto a quello che io chiamo “il Pubblico Mamma” – non perché racchiuda le mamme in questa categoria, no: prende solo il nome da mia mamma, che legge solo cose noiose e sdolcinate perché soffre tantissimo d’ansia.

Difetti: ★★★★☆. Già fatto che sia così semplice e poco impegnativo per me è un difetto. Non lo so, per me un libro è come una conquista amorosa: se non mi ci devo manco impegnare, che gusto c’è? Se cade ai miei piedi appena la guardo, dove sta il divertimento?
Altro difetto: Terry Pratchett (non prendo in considerazione il secondo scrittore perché, sinceramente, non l’avevo mai sentito nominare) perde purtroppo il suo stile per scimmiottare quello di Adams, prendendo spunto anche dai Monty Phyton, ma ottenendo lo stesso risultato che otterrei io se cercassi di copiare Joyce – citando Fantozzi, una cagata pazzesca. E triste, molto triste.
Terzo difetto: aveva potenzialità, come trama. Non è stata per niente sviluppata.
In sunto: è un libro per ragazzi, anche se non è destinato a loro. Se non conoscete Pratchett, e nemmeno Adams, leggetelo e vi divertirete un sacco. Vi potreste divertire. Se invece conoscete la Guida, lasciate perdere direttamente.

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Crowley, penso. Crowley è un diavolo, per la precisione il serpente del peccato originale, e difatti indossa sempre scarpe di serpente (ah, ah). Ha una Bentley d’epoca e una relazione di amore – odio con un angelo. Sebbene faccia parte dello schieramento del male e abbia creato le tangenziali di Londra, non è poi così cattivo. La cosa più tremenda che ha fatto è stata togliere il segnale ai cellulari dell’Inghilterra intera per qualche ora.
Vi sembra un personaggio fiacco? Ecco, forse perché lo è! Avete idea di come si poteva caratterizzare un diavolo?! Un demonio! Andiamo! Scarpe di serpente?! Che ascolta Bach?!
Comunque sia, questo è il personaggio migliore del libro. Fate voi.

Personaggi da odiare: da odiare non saprei. Diciamo che sono così piatti, stereotipati e noiosi che non riescono nemmeno a farsi odiare. La ragazzina ribelle che non vuole far sapere agli altri che gioca con le Barbie; il papà che fuma la pipa; il sergente ex-marine cacciatore di streghe razzista e violento; una Jessica Rabbit vestita di rosso di cui tutti si innamorano (patetica la frase, me la ricordo ancora, “portò alla bocca vermiglia le unghie laccate di rosso e si leccò le dita con una lingua rossissima” WHAT); i demoni camerati di CasaPound, grossi, ignoranti e cattivi…
Potrei andare avanti all’infinito. Non ne ho voglia.
Ah, altra postilla sui personaggi riusciti male: il marchio di fabbrica di Terry è la Morte, personaggio ultrafigo che parla solo il maiuscolo.
…Parliamone. Qui è stato relegato al ruolo di Capo Cavaliere dell’Apocalisse, non fa praticamente nulla e non dice praticamente un cacchio. Bene

Colore: bianco angelico, rosso infernale e verde campagne dello Yorkshire.

Canzone: una canzone dei Queen, che suona da un’audiocassetta rimasta nel cruscotto per più di due settimane.

Rumore: il brontolare sommesso degli automobilisti sull’M25 che creano una risonanza infernale, inquinando l’atmosfera metafisica a miglia di distanza.

Odore: l’erba bagnata della campagna in un giorno di pioggia, la puzza di marmitta bruciata delle auto vecchie.

Sensazione: che l’inevitabilità e l’ineffabilità divine siano praticamente una farsa.

Sapore: thé. Thè delle cinque con biscotti al burro.

Citazione: “Non dire che è bello” aveva risposto Crowley “Di’ piuttosto che è folle”.
“No” ribattè Azraphel “di’ che è ineffabile”.

Postilla: ho saputo che vogliono farci una serie TV.
Oh, no.

 

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Recensione – La Trilogia dei Pirati

Benvenuti alla mia prima recensione di un libro! Come ho specificato nell’articolo precedente, ogni critica è ben accetta.
Questo libro  comprende Tortuga, Veracruz e Cartagena, i tre libri scritti da Valerio Evangelisti riguardanti l’epoca d’oro dei pirati dei Caraibi.

Che cosa è?

Temi: la pirateria nel 1700, gli scontri fra le potenze europee e la nascita di una società piratesca anarchica di facciata, ma molto organizzata e strutturata, con un suo codice di valori non così diverso da quello del mondo europeo. Ok, detto così sembra una palla mortale. Rifaccio: questo libro (questi libri, perché è una trilogia) parla di pirati. Di cameratismo, di avventura, di coraggio e di tanta violenza. Dei mille modi per conquistare un’isola apparentemente inespugnabile, di come conquistare il cuore di un filibustiere, di come torturare i prigionieri in modi fantasiosi. Una figata, insomma.
Genere: avventura, storico. Storie d’amore si intrecciano in racconti di battaglie, torture, giorni di navigazione in alto mare. Come in ogni romanzo storico che si rispetti, c’è dentro un po’ di tutto, e le lezioncine di storia sono brevi, incisive e scorrevoli.

Pubblico: il linguaggio semplice, il ritmo incalzante e l’atmosfera a volte divertente lo rendono accessibile un po’ a tutti. A tutti quelli con lo stomaco forte, diciamo. Ok, è lungo, molto lungo – quasi mille pagine, ecco. Ma se vi piace davvero immergervi in un altro mondo, se leggete per staccarvi dalla realtà, questo è il compagno giusto.

Avvertimenti: se la violenza vi dà fastidio, non leggetelo. Potreste anche capirlo dal titolo, ma meglio specificare. Allo stesso modo, se siete fedeli all’idea dei filibustieri Jack Sparrow style, risparmiatevi la lettura. Questo è un romanzo storico, quindi realistico, quindi sbatte un po’ in faccia la cruda realtà. Cioè che i pirati stuprano e torturano e bestemmiano e puzzano.

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★★☆☆, ma solo perché è davvero lungo. Non serve un grande coinvolgimento, non dovete spaccarvi la testa a cercare di capire cosa ci sia scritto. Non è l’Ulisse, ecco.

Tempo: ★★★★☆ E’ una trilogia in un unico libro, serve tanto tempo per finirlo. Personalmente ci ho messo 19 giorni, ma io i libri li divoro, letteralmente. Mille pagine, in quanto tempo le leggete?

Difficoltà del linguaggio: ★★☆☆☆,. Semplice e scorrevole. Anche quando si parla di navigazione, i termini tecnici sono spiegati in maniera approfondita. E’ semplice starci dietro, la narrazione non si discosta molto dal parlare semplice ed incisivo dei filibustieri.

Divertimento: ★★★★★. Ha molte parti comiche, ironiche, divertenti – anche se amare. Entusiasma tanto.

Ansia e disagio: ★★★☆☆. Soprattutto verso la fine, bisogna sapere come andrà a finire. Anche quando tutto sembra perduto, questo maledetto libro riesce a ridarci la speranza per continuare a leggere.

Difetti: ★★★☆☆. Un difetto c’è, e alla lunga stufa: la trama amorosa è presente in tutti e tre i libri, ed è ogni volta dannatamente uguale. Tutti e tre i protagonisti si innamorano di una donna, tutti glielo sconsigliano, lei non sembra ricambiare, poi forse sì, loro non ascoltano gli avvertimenti e finisce sempre nello stesso modo, più o meno. Che fantasia.

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Lorencillo, alias Laurens de Grraaf, il Diavolo, il Figlio del Demonio, il Maledetto Mulatto. L’uomo che, durante i duelli, piscia addosso all’avversario giusto per fargli capire chi comanda. L’unico a non temere de Grammont, il pirata peggiore e il capitano migliore di tutti i sette mari. Vi innamorerete di lui dalla prima riga e tiferete per lui fino alla fine, sperando che arrivi come un deus ex machina a salvare come sempre il culo a tutti nel suo personalissimo modo, ossia fra bestemmie immonde e risate sguaiate.

Personaggi da odiare: Rogerio de Campos, il maledetto gesuita. Altezzoso, ingrato e spocchioso, è convinto di essere migliore degli altri solo perché usa meno violenza, anche se più meschinità. Non si capisce mai, fino alla fine, da che parte stia, e per chi realmente preferisca lavorare. E’ convinto che il mondo sia ai suoi piedi e che tutti debbano essergli riconoscenti, per cosa lo sa solo lui, senza curarsi dei sentimenti degli altri. Anche se dice di non avere nemici, non fatevi ingannare, perché forse i suoi veri nemici siete voi.

Colore: bianco sabbia caraibica, verde acqua e rosso sangue.

Canzone: una canzone da osteria, gridata fra le risate ma lugubre e cupa.

Rumore: i flutti che si infrangono a intervalli regolari contro la chiglia della nave, qualche ordine gridato lontano e strappato dal vento e il battere ritmico delle sciabole contro il legno del ponte.

Odore: la puzza di salsedine, l’odore ferroso e pungente del sangue.

Sensazione: il caldo soffocante, il sale dell’acqua marina appiccicato addosso che brucia la pelle e incrosta i capelli.

Sapore: la carne stopposa e quasi insapore, il sudore salato che cola dalla fronte, il rum che brucia la gola.

Citazione: “Buona fortuna, allora” disse Lorencillo mentre vuotava il fornello spento della pipa. “Ne combiniamo di tutti i colori, eppure in fondo abbiamo il cuore tenero. Ciò dimostra che chi guida davvero le nostre azioni è il porco demonio. Personalmente non ne ho mai dubitato”.

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