Pizzata trash: The Great Wall

Se una persona esterna alla mia vita leggesse il mio blog – descrizione in cui si rispecchiano molti dei miei lettori – potrebbe pensare che io mi atteggi un po’ troppo da secchiona intellettuale. “Eh, vabé, Montale e Joyce, e la paratassi fa schifo, e non ha un attimo di svago sto Stomaco?

Avete perfettamente ragione. Lungi da me fornirvi un ritratto troppo idealizzato, ma purtroppo quando si inizia a scrivere di un argomento in particolare si finisce col diventare saccenti.

Per salvarmi dalla perdizione – e salvarvi dalla noia – ho deciso di raccontarvi uno dei miei più intimi segreti: una volta al mese, di sabato, guardo un film trash mangiando una pizza da asporto con il mio ragazzo.
So cosa hai fatto lo scorso sabato.

Badate bene: per trash non intendo film come Kingsman, Pixels e compagnia bella: no, trash trash, di quelli che non vuoi vedere al cinema perché 1. non li hanno mai mandati o 2. al cinema c’erano, ma ti sembrava un po’ buttato via spendere 12 euro per vederti in IMAX certe cagate, ecco.
In questa serata rientrano i film di serie b, quelli autoprodotti o semplicemente quelli dove il regista si è fatto di mescalina prima di assumere Fabio Volo come sceneggiatore.
Insomma, dopo il genere “Spaghetti Western” ecco a voi… Il “Pizzata Trash”!

Il primo film di cui vorrei parlarvi è il primo che abbiamo visto: The Great Wall.

immagine 1

The Great Wall è uscito al cinema. Ce lo avevano propinato come kolossal, di produzione americano – cinese, con un cast eccezionale: Matt Damon, William Dafoe (Platoon) e Pedro Pascal. Pedro Pascal. E chi sarebbe Pedro Pascal?
Vado su Wikipedia e… Ah, ha fatto Game of Thrones. Ah, ha fatto un episodio di Buffy.
Fine del cast eccezionale.

Il vero problema di questo film penso sia stato il trailer: faceva davvero ridere. Cioè, parliamone: si capiva benissimo che sarebbe stata una cagata pazzesca. Gente che vola, mostri che arrivano – perché fanno vedere subito i mostri nel trailer?! – cinesi stereotipati, tutti uguali, che sanno solo combattere e parlare in cinese sembrando arrabbiati e frettolosi. E Matt Damon, che salta e fa acrobazie da Legolas durante la battaglia del fosso di Helm. Mah.
E’ il tipico trailer che vi fa capire che no, forse è meglio noleggiarlo, o farselo prestare, o meglio ancora evitare del tutto. Aspettare che qualcuno lo tiri fuori una calda sera d’estate quando pure la fiera del paese ha chiuso per afa.

Sabato scorso era uno di quei giorni.

Il film parte con un… E’ triste dirlo: con un espediente narrativo. Il regista voleva trovarsi nella situazione dove Matt Damon uccideva mostri sulla muraglia, ma sebbene gli occhi dell’attore non siano particolarmente grandi, si capiva che non era cinese, e gli serviva una scusa per farlo arrivare lì.
Ed ecco il lampo di genio: Matt e Pedro (che si chiama Pedro anche nel film, “questi messicani sono tutti blutti uguali”) sono partiti a cavallo da… Da? Dall’Europa, non si capisce bene da dove, da soli, piano piano lemme lemme, per arrivare in CINA e rubare della polvere da sparo per il governo.
Tipo mandare un esercito?
Tipo mandare Marco Cazzo Polo?

Beh, insomma, mandano sti due soldati, che manco parlano cinese, in Cina. Va tutto bene, finché una notte non uccidono una lucertola al buio con la stessa fatica con cui io schiaccerei un ragnetto e arrivano alla Muraglia, e qui inizia il momento confusione. Sono fatti prigionieri (?) e però, dato che hanno ucciso il lucertolone, diventano eroi, e però li vogliono mettere in prigione lo stesso (?) e però non trovano le chiavi della prigione (!!!) e allora tutti a combattere insieme i lucertoloni dalla Muraglia.

Vabé. Arrivi a questo punto e speri che gli espedienti siano finiti, perché hai mangiato così tante foglie da essere diventato un cazzo di diplodoco.

Al minuto 20 circa tu hai già visto i mostri, hai già imparato quali sono i loro punti deboli e ti sei già accorto che non hanno il minimo senso: sono delle specie di mastini lucertola con gli occhi laterali… LATERALI! Capite? Dei predatori con le capacità visive di un brontosauro. Non mi stupisce che non abbiano fatto molta strada. Sono guidati da una Regina, e se uccidi la Regina li uccidi tutti.

Momento momento momento: dove l’ho già sentita?
Tipo nelle api?
Tipo in Matrix, dove se uccidi l’agente Smith le sentinelle se ne tornano a casa?
Tipo in Indipendence Day 2, dove se ammazzi l’astronave madre muoiono tutte le altre?
Tipo in ALIEN?!
Piccolo avviso per i registi che vogliono creare futuri film: BASTA CON STA CAZZO DI STORIA DELLA REGINA! Vogliamo dei film con combattimenti FINO ALL’ULTIMO SANGUE! Eserciti contro eserciti, non “per creare suspence dico che sono visibilmente in svantaggio e poi l’unico modo che ho per vincere è fargli un danno infimo che tutto cade come un castello di carte”. Avete rottpower rangerso!

Ma torniamo al film. La battaglia si svolge così: i cinesi, come i Power Rangers, sono di colori diversi a seconda della loro funzione, tipo arcieri rossi, fanteria nera, lanciatori ad effetto gialli e bungee jumpers blu.

 

Già, bungee jumpers blu.
bungee

La domanda è: perché non usano la polvere da sparo?
La risposta è: ma vi ricordate che era solo un espediente narrativo?
In sunto, ovviamente nella battaglia tutti fanno cagare, finché Matt Damon non si scanta fuori e ammazza quaranta lucertole solo guardandole male.
Viene celebrato da eroe.

Frugando nelle sue tasche, si scopre che si porta in giro una calamita, forse un regalo dalla Turchia per sua nonna, e magicamente si scopre che se avvicini la calamita ai lucertoloni essi non sentono gli ordini della regina e muoiono (?).
Caso vuole che in Cina non esistano calamite.
Questo un po’ mi disagia, perché l’alunna di mia mamma le ha portato il magnete per il frigo da Pechino, e qui uno dei due ci ha preso in giro.
Beh, insomma, Matt Damon deve portare il magnete nella capitale per togliere campo dal GPS dei mostri e farli così morire. Mentre vola verso Pechino a bordo di lanterne cinesi giganti (wha-) gli dicono, senza che nessuno gliel’abbia chiesto, da dove vengono i mostri: da un meteorite.
Ah.

Eh, dicevamo: arrivano sulla cima di un palazzo pieno di vetri, nella piazza sottostante c’è la Regina, e non al primo, non al secondo ma al terzo lancio (come in ogni OCD che si rispetti) la uccidono e tutti i mostri muoiono. Cioè, si accasciano proprio. Manco tornano sul meteorite.

Alla fine, Matt Damon e Pedro tornano a casa, senza la polvere da sparo – tanto se ne erano dimenticati- ma più ricchi, grazie al pippone sulla fiducia e sul rispetto reciproco che gli ha fatto la ragazza che dovrebbe essere il generale dei Bungee Jumpers.

Fine.

pippone finale

Allora.

Qualcuno può per cortesia spiegarmi il senso di questa cosa?

Su quali leggi della decenza è stata costruita questa orribile trama?

Se questa fosse una fanfiction, sotto che categoria andrebbe? “Plot, what plot” o “out of fucking sense“?

In quale modo questo film mi avrebbe arricchito?

Perché leggo recensioni che dicono “un fantasy la cui prima ispirazione è il Signore degli Anelli“?

Perché le bestemmie sono legali?

Ovviamente, tutti ad osannare la fotografia. La fotografia! Voglio dire, tu giudichi un film “bello” in base esclusivamente alla fotografia!? E’ come andare in un ristorante, ordinare gli spaghetti con le vongole e vedersi arrivare una cazzata macrobiotica con la fogliolina piegata che fa tanto instagram. E io che me magno!?

La fotografia è qualcosa che viene dopo. Nell’ordine, viene dopo:

  1. la trama;
  2. il buon senso;
  3. tre centinaia di altri aspetti quali la recitazione, il messaggio, i personaggi, la profondità psicologica di questi… La decenza…

Valore della serata trash: 4/10. Giusto per la fotografia.

Pizza consigliata: qualcosa di leggero, pizza bianca con origano e zucchine. Perché c’è già il film difficile da digerire, non esageriamo.

Focaccia-integrale-con-zucchine-e-crescenza1.jpg

(Qui c’è la ricetta, se volete. E’ di un sito che sembra anche serio, non come questo).

Annunci

Recensione – Intervista col Vampiro

Ok, ok: dovevo andare in vacanza e avevo bisogno di un libro da ombrellone – fidatevi, ho letto l’Ulisse di Joyce al mare e non è stata per niente una buona idea. Mi serviva una lettura leggera, tranquilla, che non mi impegnasse più di tanto la mente. Qualcosa di veloce.

Quando mi sono ricordata di avere questo libro fra gli scaffali, ho sinceramente provato una punta di vergogna. Sono sempre stata una che apprezza i fantasy solo se iniziano con “Il Signore degli” e finiscono con “Anelli”, e non mi sono mai fidata dei romanzi gotici.
Lo so, chiudersi completamente ad un genere non è mai una mossa saggia. Dopotutto ho letto tranquillamente Frankenstein, Dr Jackill e Mr Hide; eppure, quando si iniziano ad accostare i vampiri, sento che c’è qualcosa che non va. Mi chiudo in me stessa, mi isolo in un angolino e aspetto che appaia un Montale selvatico per provare a catturarlo.

Così però non può andare. Mi sono fatta forza e mi sono detta: diamo una possibilità a questo genere che sottovaluto così tanto senza apparente ragione. Diamogli una possibilità, anche perché in fondo il film non faceva così tanto cagare.
E quindi ho iniziato Anne Rice, e ne sono rimasta piacevolmente colpita.

 

Che cosa è?

Temi: questo è un libro sui vampiri. L’ho già detto, ma ci tengo a mettere le cose in chiaro. Ce ne sono davvero pochi, di libri sui vampiri – e per vampiri intendo vampiri veri, non cose luccicanti e/o teenager con problemi di cuore (che non siano “non ho abbastanza sangue nelle coronarie”, s’intende). Per vampiri intendo ciò che intendeva Ortolani:

vampiri

I Signori della Notte, con vestiti dandy, i capelli lucenti e un po’ effemminati. Quando leggiamo di vampiri, vogliamo fascino, riccanza, classe.

Genere: non so, tutti i romanzi di vampiri che ho letto io (cioè, Dracula e questo) non parlano di quello che io chiamo “il dramma di Lady Hawke”, cioè “oddio io vivo di notte e lei di giorno, come faremo ad incontrarci”: parlano di cose molto, molto più profonde. Questo è, a tutti gli effetti, un romanzo gotico che si rispetti.

In molti hanno confuso in “romanticismo” del romanzo gotico con le storie d’amore: ecco, non c’entra niente. L’amore è una cosa, il romanticismo è ben altro. Ripassiamo tutti la letteratura prima di scrivere, please.
Anne Rice sa bene quello di cui deve parlare, e lo fa con una capacità magistrale. Esplora l’inconscio di quella che è una creatura immaginaria come se stesse psicanalizzando un paziente con cui ha appena parlato. Riesce ad immedesimarsi così bene nelle sue creazioni da anticiparne i problemi e le difficoltà – badate bene: una cosa del genere l’ho letta solo in Asimov e nel Sommo Herbert. Non è per niente cosa da tutti.

Pubblico: finalmente, un libro che mi sento di consigliare un po’ a tutti – ovviamente, non a chi spera in uno spinoff di Edward e Bella.
Mi sento un po’ ritardata a tirare fuori l’argomento Twilight, giusto perché ormai è pure passato di moda: ma provate a capirmi, ho avuto bisogno del mio tempo di recupero per riavvicinarmi ai vampiri da quando quel libro è diventato di dominio pubblico. E’ come quando ti piace il rap, lo adori, fai sentire ai tuoi amici gli artisti stranieri che ti gasano un casino e poi, in Italia, scoppia il boom di Fedez che ti infanga il genere. Stessa cosa.

Avvertimenti: Attenzione! Questo è un libro sui vampiri.
Attenzione: questo non è il solito libro sui vampiri.

 

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★☆☆☆. E’ quello che io chiamo “libro da ombrellone”: tranquillo, veloce, scorrevole. I colpi di scena ci sono, ma la narrazione è calma, morbida, dolce. Ti culla e ti accompagna. L’espediente di raccontare tramite flashback la storia passata dona di base un senso di tranquillità, che è adiuvato anche dall’indole del narratore, Louis, sempre riflessivo e pacifico.
Ciò che lo differenzia da un libro noioso, però, sono le tematiche affrontate, profonde e non scontate.

Tempo: ★☆☆☆☆. Tempo di lettura: circa due giorni. Molto semplice e coinvolgente.

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆☆. Semplice anch’esso. Frasi brevi, poche descrizioni; il narratore deve raccontare la sua vita, e quindi non ama perdersi in dettagli futili. Dimenticatevi i particolari maniacali di Dracula di Bram Stoker: qui si viaggia leggeri.

Divertimento: ★☆☆☆☆. No, beh, adesso: semplice quanto volete, scorrevole, calmo; ma che nessuno dica che è un libro divertente. Non c’è un solo momento – uno solo – in cui il protagonista, Louis, parli di un suo sorriso. Mai. Da quando è diventato un vampiro, data che per lui coincide con la sua morte, non ha più avuto un attimo di felicità, serenità o gioia.

Ansia e disagio: ★★★★★. Forse sarà un richiamo particolare, forse mi attrarranno in qualche modo, ma alla fine leggo sempre libri che hanno un considerevole livello di disagio. E, se devo essere sincera, forse alla fine mi piacciono proprio per questo.
Ciò che più mi è piaciuto di questo libro è che parla di uno dei problemi che nessuno prima d’ora si era mai posto: perché esistono i vampiri? Da che cosa sono nati? Cosa provano?
Non è facile trovare delle narrazioni che stiano dalla parte dei carnefici, e non delle vittime. I disagi, le ansie, le domande che si pongono sono proprio uguali a quelle dei mortali.

Difetti: ★★☆☆☆. Non. Finisce.
Devo smetterla di comprare libri che fanno parte di collane. Non ne posso più.

 

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Louis, senza ombra di dubbio. Louis è un vampiro, ma solo nell’aspetto: dentro di sé sente ancora la fede, le pulsioni e gli istinti di un normale essere umano. Louis è un essere in eterno conflitto: deve uccidere per sopravvivere, ma i delitti lo riempiono d’orrore; è credente, ma la sua stessa esistenza sembra la prova della non esistenza di Dio; odia i vampiri, sebbene sia costretto a vivere con i suoi simili per non impazzire; ama gli esseri umani, ma loro lo temono e tentano di scacciarlo. Louis compie un viaggio, anzi, molti viaggi durante la sua non-vita per cercare di trovare se stesso; ciò che troverà alla fine sarà l’ennesima delusione, sia per lui che per noi. La sua vita alla ricerca di se stesso non è poi così dissimile dalla nostra, e forse la sua trasformazione in un vampiro l’ha reso ancora più umano di quanto non fosse prima.

Personaggi da odiare: in realtà, non mi sento di odiare nessuno. All’inizio non sopportavo quel pallone gonfieto di Lestat: un giovane borioso e viziato, pieno di niente, un antipatico parassita. Tuttavia, con l’evoluzione di Louis, si assiste anche ad una diversa presa di coscienza degli altri personaggi; nessuno nasce malvagio, e forse ciò di cui tutti abbiamo bisogno è solo un po’ di amore e comprensione.

Colore: il blu scuro dei broccati preziosi e il verde tenue della luce della luna fra gli alberi.

Canzone: qualche aria suonata con un clavicembalo dalla sorella di Louis, una sera, con le finestre aperte sulla veranda.

Rumore: Lo sfrecciare delle carrozze sull’acciottolato delle strade, la risata cristallina di una bambina che ha appena trovato qualcuno con chi giocare.

Odore: il profumo della cipria, le fragranze costose delle botteghe di città.

Sensazione: un’arietta fresca, che fa presagire la notte imminente. La calma compatta di una città che non si aspetta di essere svegliata da un vampiro a caccia.

Sapore: ovviamente, il sapore metallico del sangue.

Citazione: Tu non conosci la tua natura di vampiro. Sei come un uomo adulto che, ripensando alla sua infanzia, s’accorge di non averla mai apprezzata. Ma non puoi, da uomo, tornare ai tuoi balocchi, solo perché adesso hai capito quanto valgono. Stanotte uccidi una donna bella e piena di vita. Sarai saziato, Louis, com’è destino che tu sia, e quando sarà finita, ti tornerà fame ancora: il rosso che c’è in questo bicchiere sarà altrettanto rosso.

Recensione – Nuovi Racconti Romani

Piccola premessa iniziale: io adoro Moravia.

Quando mi capitò in mano Gli Indifferenti me ne innamorai subito, all’improvviso, con violenza, come se quel libro fosse lì, da anni, silente ad aspettarmi e avesse trascorso tutto quel tempo tentando di diventare il mio romanzo ideale.
Non sono qui però per fare una recensione su Gli Indifferenti, no, non so se ci riuscirei. Scadrei nel banale, e poi l’ho letto ormai tanti anni fa. Mi sono ripromessa di recensire libri appena letti, e non a caso: leggere un libro è come mangiare in un ristorante, dopo qualche mese ti sei dimenticato che gusto avevano il risotto al tartufo o le linguine all’astice. Devi farlo subito.
Quando in libreria ho trovato il suo Nuovi Racconti Romani, lo confesso, ho provato la stessa sensazione che avevo sentito con l’altro romanzo: questo libro è stato scritto per me. L’ho dovuto comprare e leggere immediatamente.

 

Che cosa è?

Temi: questo libro è una raccolta di racconti brevi, brevissimi, talmente corti che ci si stupisce, si rimane male perché si vorrebbe ancora restare a guardare la vita del protagonista che abbiamo appena conosciuto. Non facciamo in tempo ad affezionarci, che già ne arriva un altro. Che stacco brutale.

Genere: sono romanzi scritti seguendo il filone dell’iperrealismo, quell’attenzione maniacale ai particolari grotteschi e tristi che impregnano la vita dei poveri. Tutti, ripeto, tutti i personaggi sono poveri. Non provengono dalla Roma bene, non abitano ai Parioli o dietro Villa Borghese; fanno l’elemosina, vendono sigarette di contrabbando, perseguitano le coppiette per farsi comprare un mazzettino di viole. Conoscono a memoria tutti gli espedienti per portare a casa – casa? Quale casa? – un pochino di soldi.
E’ una Roma che pochi conoscono, ma che esiste. E’ una Roma scomoda, da nascondere e da celare; e gli innumerevoli personaggi di queste pagine vogliono gridarla, invece, vogliono far sapere a tutti che la vera città sono loro, non i turisti, non i ricconi che si sono trasferiti da Milano, non i nobili decaduti, ma loro, il bottigliaro, il becchino, il mendicante e la fioraia, le piccole formichine che lavorano, stringono i denti e tirano avanti da soli l’intera Città Eterna.

Pubblico: Moravia non è per tutti. Moravia è per quel genere di persone che preferiscono leggere la vita con un livello di lettura più intimo, profondo, nascosto. Moravia riconosce il particolare in un avvenimento apparentemente privo di originalità e lo trasforma in un capolavoro.

Avvertimenti: se non appartenete al pubblico che ho descritto sopra, lasciate perdere. Vi annoiereste a morte. Sia ben chiaro: il fatto che mi piace Moravia non mi rende superiore a voi che vi scoglionate a leggerlo. Lo stile letterario è come una lingua, se non riuscite a capirlo parlate in un altro modo. Non ce n’è uno migliore di un altro – ovviamente a parte Fabio Volo. Lui non ha uno stile e fa schifo e basta.
Grazie Fabio, ogni volta che leggo una tua frase mi sento una scrittrice talentuosa.

 

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★★★☆. Il fatto che siano racconti brevi ci permette di prendere fiato e recuperare le energie. L’attenzione sarebbe messa a dura prova se si trattasse di un romanzo unitario; lo stile di Moravia non gli permette di dilungarsi troppo con le pagine. Tuttavia, ci sono tante, davvero tante figure retoriche che farciscono la narrazione. Sono semplici, naturali, quasi difficili da riconoscere: ma ci sono, e la poesia e la musicalità che percepiamo e non riusciamo a spiegarci proviene proprio da loro.

Tempo: ★★★☆☆. Pensavo di metterci di meno, a leggerlo. Mi sbagliavo: la lettura può essere fluida, ma i racconti sono veramente tanti.

Difficoltà del linguaggio: ★★★☆☆. E’ il popolo che parla: domina quindi la paratassi giustificata dall’uso del discorso diretto sciolto. E come ogni discorso diretto sciolto che si rispetti, attinge dalla – lo so, sono ripetitiva – stream of consciousness. Me li cerco col lanternino, vero?

Divertimento: ★★★☆☆. La sapete la differenza fra comicità ed umorismo? La mia professoressa di italiano portava sempre questo come esempio: “se vedo una donna di sessant’anni conciata come una ragazzina, è comica. Se scopro che si veste e che si trucca così perché ha un marito giovanissimo e ha paura di perderlo, diventa umoristica“.
Questo romanzo è a tratti triste, a tratti umoristico. Le prese in giro ed i tranelli in cui cadono i protagonisti suscitano solo risate amare e strette al cuore.

Ansia e disagio: ★★★★★. Tanto, tantissimo disagio. Io mi immedesimo molto nei protagonisti, e per me leggere questo libro è stato davvero un esercizio di autocontrollo. Non c’è una storia che finisca completamente bene, senza intoppi, senza problemi! Giustamente, direte voi, così è la vita, ma ogni volta non riuscivo a non pensare a quei poveri ragazzi, condannati dalla nascita alla miseria e che stupidamente commettono errori su errori sperando di poter evadere dalla loro condizione.

Difetti: ★★☆☆☆. Non è per tutti. Nel mio mondo ideale tutti leggerebbero Moravia, lo amerebbero e mi citerebbero intere frasi solo per migliorarmi la giornata. Essendo il mondo reale ben lontano, tutto ciò non esiste, Moravia lo leggono in pochi ed i pochi che lo leggono il più delle volte non lo apprezzano. Certo, questa non è una colpa dell’autore: è colpa mia, che mi ostino a leggere libri del passato e mi lamento se nessuno se li caga di striscio. Come con le serie TV, uguale: mi appassiono a qualcosa che è uscito anni prima e mi lamento se nessuno lo sta guardando. Capita.

 

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: se dovessi sceglierne uno, Geremia. Geremia lo zingaro, un ragazzo biondo, dai tratti forti, che ci tiene alle sue origini e a far capire che è diverso da te, cittadino di una capitale che non si accorge nemmeno che esisti. Geremia, insieme alla sua gente, non appartiene a Roma; ci vive temporaneamente, prende ciò che gli serve e quando ha voglia se ne va. E’ talmente silenzioso che Roma nemmeno se ne accorge, lo lascia fare, che vuoi che sia un ragazzo in più o uno in meno. Sembra canzonarti, Geremia, perché invece tu ci tieni alle tue radici, ci tieni alla tua Roma, e non ti rendi conto che lei per te non farebbe niente, nemmeno sfamarti, nemmeno darti un lavoro. Lui è un nomade, domani se ne andrà, mentre tu sei fisso, piantato coi chiodi, e domani sarai ancora lì a morire di fame. Geremia ti affascina perché anche tu vorresti essere come lui. Cerchi di imitarlo nel vestire, nel parlare, anche nelle sue arti magiche: ma basta poco per spaventarti, per farti capire che tutto quello che vuoi tu è la tranquillità e la monotonia, e che quindi il tuo posto è lì dove ti hanno destinato, nel fango e nel dimenticatoio.

Personaggi da odiare: ecco, qui ci si spreca. Dal vecchio approfittatore che cerca di fidelizzarsi i ragazzi per mandarli a rubare al posto suo, alla donna maliarda che con le lacrime spilla soldi a tutti, alla ragazza crudele che spezza cuori senza curarsi nemmeno della dignità. Ogni personaggio si racconta, mette alla luce i propri difetti e li riconosce, se ne vanta, li denigra: sembra quasi che l’autore li abbia provati tutti.

Colore: grigio, grigio cemento delle strade, grigio chiaro delle ringhiere, grigio spento delle nuvole che si appoggiano come una coperta pesante su una città che nessun turista vede davvero.

Canzone: una vecchia canzone italiana, lagnosa, lunga e stonata, cantata in dialetto sul ciglio della strada da un ragazzo con la chitarra appoggiata al ginocchio.

Rumore: il vociare delle gente, le urla delle donne alle finestre, lo schiamazzare dei bambini, il rombo della marmitta di una motoretta.

Odore: quello della benzina, del sugo al pomodoro e del caffè.

Sensazione: la consapevolezza che tutto rimarrà esattamente come prima, che nessuno si salva dalla miseria, che eravamo poveri, siamo poveri e lo saremo anche domani.

Sapore: l’amaro del fumo di sigaretta che rimane in bocca, mischiato all’amaro del caffè bevuto la mattina, mischiato all’amaro del panino mezzo bruciacchiato che ci ha offerto la trattoria sotto casa.

Citazione: Gli anni se ne andarono uno dopo l’altro, senza che me ne accorgessi, al trotto e finalmente al galoppo. Gli anni se ne andarono come se ne vanno gli anni: a giorni, a settimane, a mesi, a stagioni; e c’era sempre qualche cosa che mi occupava il tempo e mi faceva sperare, che mi faceva guardare al futuro, mettiamo tre mesi, e così quei tre mesi passavano, ma quattro volte tre mesi fa un anno e così dodici anni se ne andarono. Con questo sistema della fronda che fa camminare il somaro, mi pareva di andare avanti e non mi accorgevo invece di andare indietro perché la vita è come una montagna e fino ad un certo punto si sale e poi si comincia a scendere.

 

2ad9004b17bac65d8b336a879e578a44

Piccolo prontuario per insegnanti scoglionati

C’era una canzone che recitava: “l’estate sta finendo, e un anno se ne va”; in realtà, per gli insegnanti suonerebbe più o meno “l’estate sta finendo, e chitemmuort settembre arriverà”. Altro che finire, l’anno sta proprio per iniziare, e con lui tutti gli affanni, i disagi, i crimini che accompagnano quella soave ricorrenza che è il rientro a scuola.

Da alunna ero convinta che i professori godessero come porcellini d’India quando, intorno all’otto settembre, le aule si ripopolavano di studenti da seviziare. Ora che sono tre anni che insegno, e che quindi tengo il coltello dalla parte del manico, mi sono resa conto che forse forse viverla da dietro i banchi non era tanto male…

Non mi rendevo conto, ahimè, di quanto cazzo fosse difficile gestire una mandria di scoglionati che no, non ne hanno manco per le palle di reiniziare a lavorare dopo tre mesi di grest, mare, ozio, vacanzina a Courma, safari in Uganda e shopping da Harrod’s. Alla facciaccia tua che con lo stipendio che ti ritrovi hai fatto un weekend a Riccione in un due stelle senza bagno privato.

La stessa situazione si ripropone, paro paro, un mese prima per i poveri insegnanti privati, che dopo due mesi di disoccupazione nera si ritrovano il cellulare intasato di chiamate dei genitori che vorrebbero una S.E.A., Sessione Estiva d’Agosto (in realtà l’acronimo corretto sarebbe Sessione Estiva Auschwitz, ma che vogliamo spaventarli troppo quei poveri ragazzi?). E cosa vuoi che sia, quaranta gradi all’ombra e le urla e gli schiamazzi dei tuoi amici che ti stanno fottendo la morosa in piscina e tu chino sugli appunti di latino a ripassare la perifrastica che domani alle dieci di mattina (prima no che ha la colazione con i ragazzi del campo estivo) ti arriva lo sbarbato, ancora abbronzato e già in costume da bagno, che ha sedicimila versioni da fare entro ieri.

Quando finalmente arriva a casa tua con il suo solito quarto d’ora accademico, butta sul tavolo i libri, chiede in prestito la matita perché in due mesi ha dimenticato cosa sia un astuccio e quando tenti di buttare giù un planning ti risponde candidamente che lui fra una settimana torna in Messico a bere Estathé e quindi in pratica quelle sedicimila versioni dovete farle in due lezioni.

Non fraintendetemi, io adoro rivedere i miei ragazzi.

Non vedo l’ora che finiscano di girare per l’Universo e tornino da me, come il figliol prodigo dal padre riccone, a prostrarsi ai miei piedi chiedendo di bere dalla fontanella del mio sapere, giurando e spergiurando che dall’estate prossima cominceranno dal primo giorno a fare i compiti (ha! Sono stata alunna anche io, cretini, che, sono nata ieri?). Ma fa parte del mio ruolo fingere di credergli, accoglierli a braccia aperte e cominciare pian piano a distruggere la crosta di ignoranza e strafottenza che hanno pazientemente costruito, chi nella spiaggia a Capri da sessanta euro al giorno, chi su un grattacielo a Dubai, chi in un resort in Kenya. Già, perché i poveri da me non vengono, o magari digiunano un anno intero solo per fare le vacanze e farmi sentire una disagiata, chi lo sa.

Distruggere la crosta di strafottenza è una cosa che, in realtà, va fatta tutto l’anno. Un insegnante deve essere come acqua, che scorre piano piano e minuto dopo minuto, senza assolutamente farsi vedere, corrode la roccia cocciuta e la plasma come preferisce. E’ un lavoro lento e faticoso, paziente, ma è l’unico modo per farsi ascoltare.

Leggenda narra che ad Atlantide, migliaia di anni fa, ci fu un insegnante privato che aveva tutti ragazzi volenterosi e collaborativi. Prese così tante infamie e maledizioni dagli altri professori che, come sappiamo, Atlantide intera affondò e da allora non se ne seppe più nulla. E’ ovviamente per evitare che questo accada ancora che tutti gli alunni del mondo, quando vanno a lezione, sono scoglionati – ogni tanto capita che mi arrivi qualcuno con la voglia di fare, ma ci tengo a puntualizzare che l’Italia è una zona sismica e quindi non vorrei infierire troppo. E’ per questo motivo che volevo regalare a tutti i miei lettori questo prontuario per insegnanti scoglionati, che non ne possono più dei loro alunni: in pratica, come diventare acqua e scalfire quelle teste di… Pietra, pietra.

Cominciamo.

Libro 1 – ossia: l’ascolto

Come un bravo predatore che ci tenga ad assicurarsi la preda, la prima cosa da fare è studiare il nemico. Chi è questo ragazzo? Cosa fa? Cosa ama nella vita, cosa odia? C’è qualcosa che gli piace fare, c’è un problema che lo assilla?
Perché è da voi a fare lezione?
Dovrete scoprire tutti i suoi punti di forza e i punti deboli. Beninteso, non per usarli a vostro vantaggio contro di lui: semplicemente per conoscerlo.

Sì, lo so che possa sembrare ovvio, ma ho conosciuto davvero pochissimi insegnanti – soprattutto privati – che si interessassero di conoscere i ragazzi che gli stavano davanti. Scusa, come puoi lavorare con loro se non sai nemmeno chi sono? Pensi di conoscerlo in base ai voti in pagella che ha?

 

Libro 2 – fargli capire che di lui te ne frega

Un bravo insegnante scoglionato non deve assolutamente far pensare di essere scoglionato. Ok, è ovvio che lo sei e che non ne puoi più della tua vita. A volte ti sembrerà di parlare per ore ad un muro che sta pensando a che filtro usare sulla prossima foto del suo culo da uploadare su Instagram, ma questo non ti autorizza a fargli capire che non ne puoi più. Se tu sei scoglionato, anche lui avrà il diritto di esserlo, giusto?
Quindi, dimostragli che a lui ci tieni.

A scuola i ragazzi sono dei numeri, niente di più – o almeno, questo è quello che piace ripetere a tutti. Anche io lo urlavo sempre nelle manifestazioni studentesche, ma in realtà c’erano molti professori che mi volevano davvero bene. Ecco, fagli capire che tu gli vuoi bene e vuoi il suo bene.

Ricordati di mandargli messaggi il giorno dopo la verifica, per chiedergli come sia andata. E’ una cosa ovvia, e dovrebbe risultare spontanea, ma ci sono insegnanti che non hanno il numero dei propri alunni! Innanzi tutto, io aborrisco chi si mette d’accordo per le date delle lezioni con la mamma del ragazzo. Ottimo, ben fatto, così si sentirà pure bypassato, incapace persino di decidere quando fare i compiti! Se te ne frega di quel ragazzo, aiutalo a rendersi indipendente. Dimostragli che vale qualcosa. Ti ringrazierà.

Altra cosa importantissima è saperlo ascoltare. I ragazzi parlano, a volte sottintendono, ma tutti noi siamo stati giuovini (chi prima chi dopo) e dovremmo essere in grado di capire quello che ci stanno dicendo. Se il ragazzo è giù di morale perché è successo qualcosa, difficilmente quel giorno produrrà. Molte volte (tantissime, in realtà) stacco il mio tassametro immaginario, fermo il tempo di paga e mi prendo dieci minuti per chiedergli cosa sia successo. Una volta che si sono sfogati, che sanno che di te possono fidarsi, saranno sicuramente rinfrancati e più motivati a continuare quell’allettante problema di fisica sul piano inclinato. Quei dieci minuti li recupererete alla fine, alla mamma dubito che dispiaccia se il figlio sta lì del tempo extra.

 

Libro 3 – non confondere i ruoli

Non sei la loro mamma.

 

Libro 4 – la mano de Roma

Come diceva Cicerone, o forse era Cornelio Nepote, “sta mano po esse fero e po esse piuma”. Sii, come gli antichi Romani insegnano, sia “piuma” che “fero”. Ascoltare e consolare sì, ma sii anche più crudele delle Amazzoni e più irritabile di Giunone quando battono la fiacca o quando, spiritosone lui, non ha fatto un cazzo a casa e adesso ha cancellato i file di backup dal suo cervello che andavano dalla linea dei numeri in poi. Devi farti rispettare.
Fra i ragazzi vige la regola del più forte. Sii tu il più forte, il capobranco. Tu hai il potere e tu decidi.

Ricordo ancora la prima lezione che feci con uno dei miei ragazzi storici (sì, ogni volta che uso queste parole al mio fidanzato parte un embolo in una coronaria), dicevo, la prima volta che lo conobbi capii subito chi era e di che pasta era fatto. Evento più unico che raro, perché io faccio cagare in ste cose, ma ci avevo azzeccato: il tipico sborone belloccio, Romeo er mejo der Colosseo, la cui quantità di profumo addosso era inversamente proporzionale alla sua voglia di fare qualsiasi cosa che non fosse andare a gnocca. Le prime lezioni con lui sono state disastrose, finché un giorno ha passato il limite, l’ho cazziato come forse altre due persone in vita mia e me ne sono andata dicendogli di non farsi più sentire finché non si fosse reso conto di essere un perfetto deficiente.

Ovviamente mi ha richiamata dopo una settimana, e adesso ha pure imparato brani dei Promessi Sposi a memoria giusto per farmi piacere- ok, in cambio lo aiuto con il look quando esce a fighe.

 

Appendice – risposte sagaci

Siamo quasi giunti al termine della mia Ars Docendi, Ovidio non me ne voglia, ma voglio darvi degli aiuti più pratici prima di lasciarvi in balia dei vostri terribili gremlins.
Una delle domande più ovvie, stupide, esasperanti ma purtroppo più ripetute dagli studenti di tutto il mondo è:

“Perchééé stiamo studiando questo? A COSA SERVEEE?”

Tralasciando il fatto che se tutto quello che fai nella vita deve servire a qualcosa, scusami tanto ma hai una vita di merda; ciononostante, mettendo da parte questa visione della vita prettamente materialistica (il più delle volte con questa frase ve la cavate, “materialistica” è una parolaccia peggio di “orbitale ellittico”, un cervello medio umano comincia a roteare come uno spinner e non capisce più un cazzo), vi lascio di seguito alcune frasi per sbaragliare tutti e continuare imperterriti a disegnare vettori mentre loro vi guardano con lo sguardo della Minetti quando le chiedono che ore siano.

FISICA

“A che serve la fisica?”

Momento momento momento. E già questa è una risposta.

Scusate, non ho resistito, le battutine nerd raggelanti sono la mia unica gioia in questa valle di lacrime. Di solito mi butto in un: “Serve per tenerti attaccato a terra e a far sì che quando caghi la tua merda non vada in giro a tinteggiare i muri”.

Certo, in base all’argomento che state trattando potete entrare più nello specifico, tipo facendo le molle potere esordire con “se la gente non studiasse il punto di snervamento, sul blu tornado stai tranquillo che ci andresti una volta sola”.

Se invece state parlando di fisica nucleare, direi che un “non vogliamo ricreare Chernobyl, vero?” potrebbe bastare.

MATEMATICA

Questa è semplice.

“A niente, non serve a niente. Ora dammi i tuoi seicento euro e vai a casa”.

INGLESE

“Scusa ma tu davvero non capisci niente quando senti le canzoni su Spotify? Poi vai a finire come quelle nonnette imbarazzanti che comprano dai China la maglietta con la scritta SEX GOD?”

LATINO

Le opere migliori sono state scritte in latino, c’è poco da fare. Anche in greco, è vero, ma io mi sono sempre rifiutata di dare lezioni di greco (anche perché non saprei proprio come motivare gli alunni). Comunque, davvero non volete godere di perle quali le poesie infamatorie di Catullo, la strafottenza di Cicerone, l’autocelebrazione che sfiora il ridicolo di Cesare e quelle meravigliose opere tipo “Congiurare for dummies” o “Come spaventare a morte gli invitati rinchiudendoli nella fossa dei leoni” o “Un incesto al giorno toglie il medico di torno”?

STORIA

Ammetto che storia non mi sia mai piaciuta, ma di solito uso la scusa “vuoi fare la figura dei nostri politici che commettono gli stessi errori del passato solo perché hanno saltato il capitolo sull’età carolingia?”
Di solito le frasi populiste sono quelle più ad effetto

CHIMICA

Qua mi incazzo sempre, forse perché la chimica è la mia materia preferita in assoluto. Ne ho mille in serbo, e mi vengono spontanee; purtroppo le dico sempre con una punta di rabbia e sarcasmo pungente, perché veramente mi irrita quando mettono in discussione la madre delle discipline.

“Metti che un giorno volessi creare una navicella spaziale, come faresti senza la chimica? Ah, non vuoi? E allora se facessi il sub e non conoscessi la legge di Henry, sai che moriresti di embolia se piazzassi solo azoto nelle bombole? Non sai nuotare? Peggio ancora, se non studi la densità come fai ad essere sicuro che un salvagente ti possa salvare? Ah, ma tu te ne freghi, al mare stai solo in spiaggia a fumare, ma se non sai nemmeno cosa sia la nicotina! Quando hai il mal di testa e hai finito l’OKI, come fai a capire quali sono gli ingredienti della bustina che ti danno in farmacia? Pensi che le redox non servano a niente, ma sai vero che senza fotosintesi clorofilliana moriresti asfissiato? Certo, c’è un modo per ricreare un’atmosfera artificiale, ma non penso che tu sappia nemmeno dove si trova sulla tavola periodica il Litio! Bello il tuo tatuaggio, pensi che i coloranti derivino da gerani e sangue di capro frullati, o siano stati creati in laboratorio? Ma soprattutto, quando ti piastri i capelli, lo sai che si lisciano perché il calore rompe i ponti disolfuro dei ricci e ne crea di nuovi?!”

Vi risparmio il resto.

ITALIANO


Ok. L’italiano serve per cuccare. Fine

 

P.S.: di solito mi stimano a priori come un santone indiano perché ho letto l’Ulisse di Joyce. Qualcun altro l’ha letto? Vorrei tanto conoscerlo, sapere di non essere l’unica, che siamo tanti e un giorno troveranno una cura per noi

Recensione: Il caso Malaussène – mi hanno mentito

Un mio caro amico è partito per l’Afghanistan per due anni. Va là a lavorare.
Mi mancherà tanto e sicuramente sarò preoccupatissima per lui. Ci siamo visti la sera prima che partisse, e per tirarmi su di morale mi ha prestato un libro.
“Me lo ridarai quando ritorno”, mi ha detto.
Sono passate tipo due settimane e, come è ovvio, l’ho già finito da un pezzo. Dovrò scrivergli di consigliarmene altri venti, per ingannare l’attesa.

Il libro in questione è “Il caso Malaussène – mi hanno mentito“, di Daniel Pennac. E’ un romanzo che riprende la vecchia saga della famiglia di Malaussène, saga che io non ho mai letto, ma che ora ho una voglia assurda di conoscere.
Pennac è sempre stato un grande scrittore, non temevo affatto una delusione. Infatti, CVD, il libro è magnifico.

 

Che cosa è?

Temi: la trama è decisamente vincente. Sembra un semplice giallo, ma è farcito con tematiche riguardanti gli universi familiari, letterari, polizieschi, amorosi… Tutti intrecciati così sapientemente che viene da chiedersi se non sia successo veramente. Un giallo di cui quasi quasi non ci interessa la fine, perché è così bello sentirselo raccontare…

Genere: ripeto, è un giallo, ma con elementi di commedia e di romanzo comico. E’ anche un romanzo familiare, ma non come “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg che descrive in modo autobiografico la famiglia dell’autrice. Ce ne frega qualcosa di come tuo padre chiamava il frigorifero? Ci interessano davvero i nomignoli che vi davate? Perché la gente sente sempre l’impellente bisogno di parlare di sé come se a qualcuno gliene fregasse?
Scusate lo sfogo. Pennac parla di una famiglia talmente borderline da essere per forza di fantasia, che racchiude tutti i difetti e tutti i pregi delle famiglie del mondo, cosicché tutti – e nessuno, grazie a dio – possiamo immedesimarvici. Questo ci rende più partecipi, e non soltanto dei cavolo di voyeur, capito, Naty?

Pubblico: ho sempre pensato che Pennac fosse adatto a tutti, da quando ho letto quel fantastico libro “Diario di scuola“. E’ un autore a cui piace parlare direttamente ai propri lettori, è un autore che presenta punti di vista diversi e li appoggia tutti – Murakami, impara please. Non ci si può sentire esclusi quando si leggono i suoi romanzi, si fa sempre parte della sua grande famiglia.

Avvertimenti: non penso di doverne dare. Questo libro appartiene ad una saga, ma anche se non l’avete letta non importa, riuscirete lo stesso a goderlo appieno. Fidatevi.

 

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★☆☆☆. Lo leggevo mentre facevo tapis roulant in palestra, per finirlo un giorno ho fatto venti minuti di corsa senza accorgermene.

Tempo: ★☆☆☆☆. 274 pagine di divertimento puro, le divorerete.

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆☆. Linguaggio semplice, registro simile alla vita di tutti i giorni. Sono persone come noi che parlano, senza fronzoli. Ovviamente doveva infilarci uno stream of consciousness, appena accennato eh, appena visibile, ma come si fa a non apprezzarlo? Proprio nel primo capitolo. Amore.

Divertimento: ★★★★★. Molto divertente. Daniel Pennac ha sempre utilizzato questo tipo di scrittura, che fa sorridere e sghignazzare tra sé e sé il lettore. Ci presenta davanti categorie di persone talmente realistiche che è impossibile non pensare a quel nostro vicino un po’ strano, alla nostra vecchia prifessoressa antipatica, al politico che odiamo tanto. Tutto in chiave umoristica.

Ansia e disagio: ★☆☆☆☆. Non preoccupatevi, potete rilassarvi e bervi un cocktail fresco all’ombra di una palma mentre lo leggete, senza sentirvi turbati.

Difetti: ★☆☆☆☆. Ce n’è uno: non finisce. Sull’ultima pagina spicca un disegnetto, una biro che scrive: “continua…”
Shit. Dovrò aspettare.

 

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Verdun. Verdun è il giudice che tutti vorremmo vedere in un tribunale. Sempre giusta, sempre corretta, sempre incorruttibile. Si maschera da cessa a pedali per non essere corteggiata ed invitata fuori a cena dai politici. Ha vissuto vent’anni con una poiana sulla spalla per spaventare i professori. Ha un marito di due metri che fa il fornaio e la ama alla follia. Chi non vorrebbe essere come lei?

Personaggi da odiare: nessuno. Nella prima pagina c’è una lista dei personaggi presenti nel libro, e grazie a dio, aggiungerei. Sono tantissimi, appunto perché questo romanzo fa parte di una saga, e almeno possiamo conoscerli tutti e tenerli a mente facilmente. Fra questi, tutti sono Personaggi con la P maiuscola. Non hanno caratteristiche particolarissime che ci aiutano a distinguerli, espediente che solitamente li rende irreali e che ci può anche stare in un fumetto che parla di mutanti o in un manga che parla di ninja, ma non in un romanzo che parla di un rapimento. Le loro particolarità sono normalissime, definiscono un carattere che possiamo davvero aver incontrato nella nostra vita, e che per questo motivo li rende diversi ma in modo realistico.

Colore: arancione. Arancio come il sole, arancio come la frutta che va a raccogliere Malaussène, arancio come il pane fragrante che sforna il marito di Verdun.

Canzone: una canzone dell’estate che passano alla radio, allegra e coinvolgente, che ascoltano sia i ragazzi entusiasti che i vecchi poliziotti stanchi del turno di notte.

Rumore: il clic del pulsante di avvio del registratore, l’audio che graffia, il silenzio degli astanti per ascoltare meglio.

Odore: il profumo della resina dei pini nel bosco, ma anche il profumino di uno stufato di lepre.

Sensazione: l’indifferenza forzata di Malaussène che si scontra con l’inevitabile bisogno di verità di Verdun.

Sapore: quello metallico del sangue, e la fragranza di un panino caldo.

Citazione: Come tutti gli autori, Alceste se la prende con la famiglia. Ma mentre i suoi simili accusano i genitori di corna, alcolismo, torture morali, Alceste per parte sua si limita a rinfacciare ai genitori di essere stati dei pessimi narratori!

 

pennac-1

 

Final Fantasy XVI – fauna da palestra

I video giochi sono molto realistici.
Prendete Fallout, ad esempio, dove il capo dell’organizzazione più temuta e che tiene tutti in pugno è lì da duecento anni. Un po’ come in Italia. Possiamo citare anche Portal, dove una stagista sottopagata fa un sacco di lavoro per niente, perché in fondo the contratto is a lie.
Potrei citarne tanti altri, ma voglio focalizzare la vostra attenzione sui parallelismi che ho trovato fra Final Fantasy, o un RPG in generale, e la fauna della palestra che frequento.
Innanzi tutto, gli obiettivi sono praticamente gli stessi: ottenere più esperienza degli altri per salire di livello e diventare più forti e cazzuti. Ciò che colpisce di più è, però, proprio la divisione degli utenti della palestra in vere e proprie classi.

Ci tengo a precisare che tutte le citazioni in corsivo sono cose che ho sentito REALMENTE.

ffxiv

 

Le incantatrici

incantatriciDonne sui trenta/quarant’anni che, senza lasciarsi scoraggiare dalle giovani avventrici, ci tengono particolarmente a far capire che sono ancora sulla piazza. Entrano nello spogliatoio trionfanti, gioiose, descrivendo minuziosamente alle astanti i particolari delle loro notti di fuoco con sconosciuti. Come cuccano loro, nemmeno Casanova: a loro basta guardare un manzo che eccolo cadere ai loro piedi per l’eternità. Ciononostante, hanno un cuore tenero: spesso, nascoste nel vano doccia ed al riparo da orecchie indiscrete, chiedono aiuto alle veggenti per chiedere se veramente l’oggetto del loro desiderio sia innamorato:

“Quando lo vedo per strada, si gira dall’altra parte. Dici che è amore?”
“Sicuramente c’è attrazione”

 

I combattenti

E’ facile riconoscere un combattente, perché molto spesso indossa una canottiera con la scritta “combattente”, o “warrior”, o “no pain no gain”, o “chi siete Spartaniiiii”. Il combattente è un predestinato, perché il suo DNA non è come il nostro: lui è stato partorito da due uomini cazzutissimi che gli hanno42a95f3f9a3482c00a051778a93a147c.jpg garantito entrambi un corredo genetico aploide di Y. E’ un Superuomo, l’Ubermensch, colui che è talmente maschio che addirittura non va con le donne, che poi gli attaccano la debolezza. Solitamente, gli esemplari più giovani sono in palestra per completare l’allenamento di crossfit per ogni giorno in cui non hanno crossfit, mentre quelli più anziani sono i più particolari da osservare: canottiera smanicatissima che scopre i capezzoli, baffoni e testa calva, a-a-abbronzatissimi che manco le Incantatrici più cougar. Ricordano vagamente i sollevatori circensi dei ruggenti anni 30.
Amano particolarmente i tatuaggi e piercing, che devono rigorosamente uscire e sbucare dalle canottierine.

“Wow, è un piercing al capezzolo quello?”
“Certo, raccatta figa, non lo sai?”

 

I maghi bianchi

Altrimenti detti i support, sono quelli che, spinti da un encomiabile istinto da magocrocerossina, aiutano tutti. Ti serve che qualcuno ti porti il tappetino? Ci sono loro! Hai bisogno di acqua? Ecco che sono andati a prenderla al bar! Fa caldo? Sono disposti anche ad aprirti le finestre e accendere il condizionatore. Se stai sollevando pesi troppo pesanti, ti daranno una mano nell’alzarli, e se hai bisogno di motivazione si piazzeranno vicino a te contandoti le ripetizioni e spronandoti a continuare. Sono davvero carini e gentili, ma, obiettivamente, cosa diavolo pagano l’abbonamento a fare, se non hanno mai sollevato un peso in vita loro?

 

Gli arcieri

Gli arcieri, come i grandi elfi, sono una razza antica, lontani e immutabile come il tempo stesso: hanno veramente tantissimi anni, e come è ovvio sanno tutto, molto più di te, anche se tu ti alleni da dodici anni e 1b697a90e2a50c4383a0a161ad2afb11loro hanno appena fatto l’abbonamento. Tirano frecciatine a tutti, sia a te, che non sarai mai esperto quanto loro, sia alle povere ragazze, che si vedranno maldestramente corteggiate, sia alle incantatrici, che, quando si trovano davanti a questi esseri eterni, sfoggiano una morale cristiana talmente dura che Gesù spostati che sei un tantino libertino. Loro pensano di essere le colonne portanti della palestra, ma in realtà finiscono per diventarne le mascotte.

“Signorina, lo legge tutto quel libro?”
“No guardi, solo le pagine dispari…”
“Ah, ma così perde un sacco di storia, sa?”

 

I cercatori

cercatori.PNGI cercatori sono la classe più fastidiosa dell’intera palestra, molto più degli arcieri: infatti, con un po’ di accortezza sono riuscita a sviluppare l’abilità-R bloccafrecce grazie al prezioso aiuto del manufatto Cuffiette, e riesco ad evitare ogni frecciatina.
Per i cercatori, invece, non c’è tattica che tenga.
I cercatori non si lasciano intimorire da nulla, perché loro sono in palestra per un preciso motivo: cuccare, e cuccheranno. O meglio, così continuano a ripetere a se stessi.
E’ facile riconoscerli, sebbene cerchino di ostentare una certa nonchalance: sono volgari, chiassosi, confusionari, telefonano in mezzo alla sala pesi a voce alta e si fermano a fissare il sedere delle povere ragazze che passano. Ovviamente vi sono anche esponenti del sesso femminile, ci mancherebbe: in palestra non esiste sessismo.

“Come sei brava a cavalcare la palla ginnica, sembra che stai cavalcando un ca***!”
“Ma nooo, io i ca*** li cavalco così, guarda…”

 

I maghi neri

Aka coloro che rimangono sempre negli 273171-final_fantasy_tactics_a2_hume_black_magespogliatoi e in sala non entrano mai, perché le loro effettive abilità corpo a corpo fanno cagare. Sono scarsissimi, fondamentalmente perché non hanno mai fatto un minuto di allenamento. Di solito prediligono i corsi agli attrezzi, perché è più facile cazzeggiare.
Non si sa bene perché spendano tutte quelle centinaia di euro per l’abbonamento se poi non fanno niente: quello che però si conosce su questa misteriosa classe è il loro innato razzismo, sebbene siano maghi neri (e molti di essi non abbiano origini italiane, quindi, seriously WTF?!)

“Non mi fai schifo, non sei mica ECSTRACOMUNITARI tu”
“Signora, per favore, non dica queste cose”
“COME TI PERMETTI FALSA BUONISTA”

…Meglio lasciarli perdere, levarsi in fretta e filare fuori nel parcheggio.

I bardi

Quelli che parlano, parlano, ma alla fine…
In palestra ho sentito cose che voi umani non potete neanche immaginare. Sedicenti Hulk che dicono di fare ripetizioni da trecentoquaranta addominali per volta. Avvocati che fanno vincere milioni di euro ai propri clienti. Aspiranti scrittori convinti che guadagneranno più di Stephen King. Scheletrici cinquantenni che, sicuri del proprio fascino, danno per certo che sedurranno la figlia bardventenne del loro capo.
Insomma, ho sentito cagate talmente atroci che Zeus si è improvvisamente dimenticato di non essere più una divinità venerata, è sceso dal cielo e li ha fulminati seduta stante. Quando sentite una bomba talmente grossa che Hiroshima spostati, ecco, avete davanti un Bardo. Il Bardo si vanta non necessariamente di prodezze da palestra, ma di ogni cosa. A volte, come nel caso degli avvocati, lo fanno per ottenere clientela (e fanno bene, perché quando io ho bisogno di un difensore in tribunale dove vado a cercarlo? Alla spalliera, of course), ma la maggior parte delle volte mentono per sentirsi parte della Grande Famiglia della Palestra, perché evidentemente non si sentono all’altezza degli altri.
Solitamente le bugie sono volte all’accattivarsi gli altri utenti, sia dal punto di vista sessuale (vedi i Cacciatori) sia perché vogliono crearsi un personaggio che nella vita reale non sono. E’ un po’ triste, lo so.

“La vedi quella bici? L’ho pagata quattromila euro! Eh ma io faccio almeno 50-60 chilometri quando esco!”
*uscendo dalla palestra, lo supero sulla mia bici da passeggio mentre arranca sulla rampa d’uscita*

 

Gli alchimisti

La palestra è un po’ il loro bazaar. Ovunque 3330527_origsi possono trovare appesi ai muri cartelloni pubblicitari delle loro pozioni miracolose, o stand che vendono le magiche polveri.
Gli alchimisti, contrariamente ai loro antenati, non fanno niente di nascosto; tuttavia, proprio come nell’antichità, si sostituiscono alla figura del medico, dando importanti consigli nutrizionali ed elargendo rigide tabelle alimentari.
I combattenti sono i loro principali acquirenti. Si fidano completamente di loro, o in battaglia potrebbero fallire o, peggio ancora, svenire durante un allenamento di crossfit.
Così come sappiamo che la prima regola dei combattenti che fanno crossfit è dire a tutti che fai crossfit, la seconda regola dei combattenti è non avere mai il misurino delle proteine vuoto.
Proteine, che parola taumaturgica! Per molti di loro basta solo sentirsela dire, che automaticamente alzano a freddo di quaranta chili il loro massimale. E’ portentosa, fantastica, magica.
Purtroppo, molte volte i Bardi fingono di essere anch’essi clienti fidati degli Alchimisti, ed è difficilissimo scovarli perché veramente in questo ambito non c’è limite all’esagerazione.

“Ieri in pizzeria ho mangiato la 40-30-30: 40% carboidrati, 30% grassi e 30% proteine!”
“E cos’è?!”
“Pizza col prosciutto”

 

I tank

25937178.jpgI tank sono quelli premiati al valore, che entrano immediatamente nel vivo della battaglia; in questo valoroso gruppo rientro io, che mi butto sugli attrezzi convinta e cazzutissima, salvo poi morire due secondi dopo.

“Tutto bene, Stomaco? Ti vedo provata”
“Certo, cert… Coff… Devo solo… Coff… Sputare un pol… Coff…”
“Ottimo! A bolla! Altre dieci ripetizioni, su!”

 

Recensione – Il blu è un colore caldo

Il Blu è un colore caldo.

Che titolo insolito. Avevo sentito una frase del genere solo nella classe di mia madre, quando interrogava in Discipline Pittoriche ragazzi particolarmente ignoranti.

So che da questo libro è stato tratto un film, “La vita di Adele”, che narra del rapporto di due ragazze lesbiche. La trama poteva avere buone potenzialità, ma nella pagina di Wikipedia è addirittura collegato al portale erotismo. Ovviamente, per il popolo essere lesbiche significa essere porcone, come padre Pornhub ben ci insegna, ed essendo io ben lontana dall’apprezzare la letteratura erotica me ne guardavo dal comprarlo.

1.jpg3

Come meglio raccontare il tenero amore fra due timide adolescenti

Ho saputo, però, che l’autrice si è discostata molto dalle scelte della sceneggiatura, accusando la pellicola di essere più adatta ad un voyeurismo maschile che ad altro. Ho cominciato quindi a ricredermi, e ho deciso di leggere il fumetto.

 

Che cosa è?

Temi: la trama è semplice, senza fronzoli che, come ho già detto, appesantiscono troppo il lettore che fatica a concentrarsi sull’arte del disegno. Due ragazze si incontrano, si piacciono, vivono un sacco di problemi e si interrogano se questo mondo sia veramente adatto a loro. Vivono i problemi che tutte le adolescenti vivono, perché, pensate un po’, le lesbiche hanno un cuore proprio come noi umani! E non passano tutto il tempo a fare porcate con la babysitter o con la matrigna, perché, ehi, sono ragazze normali! Sembra che io sia ironica, ma questo fumetto ha affrontato tematiche davvero non scontate.

Genere: drammatico, decisamente drammatico. Introspettivo. Spinge il lettore a riflettere sulle proprie idee, frammentando, spezzettando e semplificando ogni singolo passo per aiutarlo a capire che non c’è niente di più naturale dell’amore, in ogni forma, in ogni senso. E’ impossibile leggerlo ed uscirne omofobi.

Pubblico: davvero per tutti. Soprattutto per chi ha ancora troppi pregiudizi ancorati sulla schiena e che fatica a scrollarsi di dosso.

Avvertimenti: se fate parte di quel gruppo di fruitori voyeuristici il cui l’unico trastullo è masturbarsi di fronte a un bel porno lesbo, non leggetelo. Non c’entra – grazie a dio – proprio nulla.

0050.fumetto.indd

 

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

Livello di impegno: ★★★☆☆. Emotivamente richiede una buona dose di impegno. Bisogna essere forti, e forse non farsi coinvolgere troppo, perché si rischia di rimanere veramente feriti.

Tempo: ★☆☆☆☆. Io ho questo strano tipo di bulimia che mi obbliga a finire una graphic novel dieci minuti dopo averla iniziata. Quindi, non fate affidamento su di me.

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆☆. Semplice, spensierato, a tratti teso e collerico, per poi tornare tranquillo e felice. Il linguaggio ricalca sapientemente le emozioni di un’adolescente.

Divertimento: ★☆☆☆☆. Non definirei “divertente” questo fumetto, no, per niente.

Ansia e disagio: ★★★☆☆. Nonostante le tematiche, si respira una tranquillità continua, forse perché il racconto è un unico flashback. Si sa già come va a finire tutto, e ci si adatta alla serenità della rassegnazione. Si vive comunque quel senso di oppressione e disagio di non essere accettate che vive quotidianamente Clem.

Difetti: ★★☆☆☆. Di solito, per prendermi, una graphic novel deve avere una bella trama, anche se semplice, e dei bei disegni. Dei gran bei disegni. Ed è fondamentalmente per questo che ho tardato tanto a comprarla.
Chiarifichiamo: non sto certo dicendo che debba essere tutto realistico alla Michelangelo, con chiaroscuri che Madre Natura spostati – dopotutto è un fumetto, e un personaggio deve essere riproducibile. Allora non mi piacerebbero Zerocalcare, i manga, Ortolani… Però, se devo essere sincera, lo stile non mi entusiasma. Forse sono le bocche, sempre così larghe, forse è il tratto, che a volte sembra un po’ incerto… Non lo so. E’ comunque un’opinione personale: ho apprezzato invece la scelta dei colori, tutte tinte seppia ad acquerello, l’assenza di varietà cromaticadurante i flashback. Spicca solo il blu, l’anima portante della narrazione.

blu-colore-caldo-570x300

 

Le emozioni che trasmette

Un personaggio fico: Valentine, l’amico che tutti noi vorremmo avere. Sensibile, sempre pronto a difenderci, sa quando è il momento di tirare fuori le unghie e quando invece ci servono solo un po’ di gentilezza e comprensione. Quello che chiameremmo nel caso fossimo nei guai, e quello a cui racconteremmo ogni episodio felice della nostra vita.

Personaggi da odiare: il padre di Clem? Laetitia? Tutti i passanti che si voltano increduli e schifati a guardare due ragazze che camminano vicine, ridacchiando e sorridendo? Perché siamo tutti felici quando le vediamo nude che si contorcono su un letto urlando “oh fuck yes oooh”, e invece estrapolandole in un contesto quotidiano le aborriamo?

Colore: sembra ovvio, il blu. Il blu del suo sguardo e il blu dei suoi capelli, che hanno ossessionato le notti di Clem per tutto il tempo in cui l’ha amata senza osare farlo.

Canzone: una melodia triste, suonata al pianoforte, che esce flebile dalla finestra di una piccola via francese.

Rumore: il vociare allegro degli studenti che escono da scuola, le grida di rabbia del padre di Clem mentre la caccia di casa, i canti delle manifestazioni.

Odore: pancakes zuccherati per colazione.

Sensazione: l’angoscia di avere qualcosa dentro, qualcosa che fatica ad uscire e di cui vorremmo liberarci.

Sapore: le lacrime salate che dalla guancia scendono a bagnare le labbra.

Citazione: Clem, di orribile c’è la gente che si uccide per il petrolio e compie genocidi. Non il voler dare amore ad una persona. La cosa davvero orribile è che ti insegnino che è sbagliato innamorarsi di una persona solo perché è del tuo stesso sesso.

 

le-bleu-est-une-couleur-chaude

 

 

FILM BRUTTI – ALIEN COVENANT

Sapere cosa è arte e cosa no, cosa è bello e cosa non lo sia è un po’ il dramma dell’uomo contemporaneo. Tutti devono interrogarsi, dare la propria opinione, sparare sentenze a raffica senza la minima professionalità perché, ehi, questo è un diritto.

Non approfondirò questo argomento perché, sinceramente, non so proprio come potrei rispondere. Non direi niente di nuovo, e come dice il papà di Tippete in Bambi: “quando non hai niente da dire, è meglio se non dici nulla“.
Posso però sentire di poter affermare senza timore di smentita che ho scoperto un metodo infallibile per giudicare se un film horror è bello o no: il trucco del librogame.

Di norma sono una persona emotiva, molto emotiva. Quando leggo un libro / guardo un film / una serie tv / leggo lo scontrino del calzolaio mi immedesimo incredibilmente in quello che stanno vivendo i protagonisti (ma come fanno a campare con due euro per un lavoro di tre giorni?! La volta prossima gli porto sedici paia e gli lascio almeno un cinquantone). Questo porta, come avrete già capito, a quella deliziosa acidità di Stomaco che sempre mi accompagna e che mai mi abbandona, e che alla fine è un po’ il sale della mia stessa vita. Dopo anni di pratica, sono riuscita a sfruttare questa capacità di mettermi nei panni degli altri per creare un metro di valutazione.
Mi sono accorta che, ogni volta che guardavo un film horror, la prima cosa che mi veniva in mente era questa: “che cosa avrei fatto io, se fossi stata nei protagonisti, per non rimanerci secca?
Se le risposte sono innumerevoli, allora il film fa veramente cagare.
Per esplicarvi al meglio questa teoria, prenderò ad esempio un film che ho appena visto nelle sale: Alien Covenant.
Vi spiego come l’avrei vissuto io.

1

1. Un’astronave sta virando alla volta di un nuovo pianeta da colonizzare. Porta con sé una fracca di persone e migliaia di embrioni, una grossa responsabilità. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Stomaco è l’amministratore delegato dell’azienda Humana che si occupa dell’assunzione del personale da spedire nello spazio. Stomaco è responsabile, e sceglie accuratamente persone stabili mentalmente e non marito e moglie. FINE

2. L’equipaggio viene assunto da Infojobs. Succede un imprevisto, e la ciurma si risveglia; sentono un messaggio radio proveniente da un altro pianeta. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Qui, il capitano Stomaco fa razionalmente capire a tutti che è proprio una cagata mettere a repentaglio la vita di seimila persone per seguire un segnale che manco si sa cosa dica. La nave prosegue per la propria rotta. FINE

2. Qualcuno ignora il capitano Stomaco, e decide di sbarcare ugualmente sul pianeta. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Vengono fornite a tutti gli astronauti delle tute spaziali, giusto perché scendere in KWay è un po’ una cacata. FINE

3. Sono finite le tute spaziali. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Una biologa preleva un campione della flora del pianeta e di eventuali funghi per studiarli prima di far sbarcare tutti. FINE

4. La biologa ha il cagotto. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Si mandano solo due persone in esplorazione; nel caso non tornino o ci siano dei problemi, la salvezza degli embrioni e dei passeggeri è più importante. FINE

5. Si scende comunque tutti insieme perché si ha voglia di un picnic. Qualcuno rimane infettato da qualcosa, a tal punto che non riesce a camminare. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Il pilota sa che lasciare la porta dell’astronave aperta è da coglioni, ed infatti è chiusa. Qualsiasi agente contaminante che possa infettare tutti non va portato dentro la navicella. FINE

6. C’è vento e le porte sbattono. L’infetto riesce ad entrare. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Il personale è preparato e sa come gestire un’emergenza. Attira l’alieno fuori dalla navicella, invece che mettersi a sparare a materiale altamente esplosivo. FINE

7. Per disgrazia la navicella salta in aria. *TRUCCO DEL LIBROGAME* La nave madre è veramente troppo preziosa. Un bravo membro dell’equipaggio sa che la missione va portata a termine e naviga verso la volta del pianeta di destinazione, abbandonando parte dell’equipaggio che teme inoltre essere infetto. FINE

Potrei andare avanti all’infinito, ma in realtà ripercorrere l’intera trama di questo film un po’ mi fa male al cuore. Ci sono cose che forse è meglio dimenticare.

2.jpg

Se ci sono troppi buchi nella trama, tamponarli con altri buchi nella trama non è proprio una tattica vincente.

Prendiamo un altro esempio di film horror, giusto per: l’Esorcista (potrei prendere Alien, ma non voglio infierire).

1. Una bambina viene posseduta dal Diavolo. *TRUCCO DEL LIBROGAME* Sei fottuta. Non ce’ niente da fare.

Mi sembra che questa sia una sceneggiatura intelligente, che tenga conto di eventuali scappatoie che il protagonista avrebbe potuto prendere e lo blocchi senza via d’uscita. Giusto perché, se vuoi spendere quegli ottanta milioni di dollari per fare un film, almeno rileggi le bozze, che dici?

Mi fermo qui, perché potrei dire una parola riguardo agli attori, ai personaggi, alla trama copiata da altri film fra l’altro omonimi, ma perché? Perché sprecare il mio tempo?
Sono stufa di dire che sono stufa di farmi propinare merda perché tanto siamo tutti deficienti. Questo Alien 8 è l’ennesimo fallimento di cose portate avanti all’infinito perché bisogna fare soldi e bisogna continuare e tanto i fanboy ci sono sempre e

Oh a proposito, quando esce Star Wars 8?

Recensione – Il Libro delle Meraviglie

Raramente compro un libro non appena esce nelle librerie, per tre motivi:
1. sono un’appassionata di classici
2. il libro è un po’ come il vino, mi piace sfogliare le pagine ingiallite
3. voglio sempre leggere qualche recensione, voglio sentire altri pareri, e provo un sottile piacere quando, alla fine, scopro di avere un’opinione completamente diversa

Ci sono però delle eccezioni: compro fumetti e graphic novel immediatamente, e a volte li ordino appena so che verranno pubblicati.
Forse è una debolezza, ma non riesco a resistervi. Ergo, quando ho saputo che sarebbe uscita l’ultima raccolta di Ortolani, me la sono fatta immediatamente mettere da parte.
Ecco cosa ne penso.

 

Che cosa è?

Temi: il libro è diviso in due sezioni, con un capitolo per argomento (l’aborto, la prostituta, il morto, il comunista… titoli un po’ da carte dei tarocchi). La prima, più lunga, tratta delle meraviglie della natura, mentre la seconda delle meraviglie della tecnica.

1

Genere: quando si parla di Ortolani, solitamente ci viene in mente una comicità totale, esagerata, incredibilmente efficace, che punta molto sui giochi di parole. Qui, invece, bisogna prendere con le pinze il termine “comico”: forse sarebbe più adatto “umoristico”. Le tematiche sono pesanti, ciò di cui tratta fa molto riflettere, e non si ride sguaiatamente, ma amaramente. E’ più… Spiazzante.

Pubblico: se Ratman è per tutti, il Libro delle Meraviglie è per pochi. Potrebbe essere dedicato ad un pubblico più ampio, ma conosco poche persone che non si offendono se gli mostri ironicamente la tua opinione diversa dalla loro.

Avvertimenti: bisogna avere una buona dose di autoironia e capacità di comprensione e di riflessione per leggere Ortolani, soprattutto questa sua ultima opera. Come scrive nell’introduzione Michele Foschini: “di solito, quando uno spettatore guarda un comico il suo sguardo dice: fammi ridere. A volte, però, il comico ricambia lo sguardo dello spettatore e risponde: va bene. Ma ricordati, ti avevo avvertito“.

Le questioni pratiche – ovvero: le domande scomode

4

Livello di impegno: ★★★★☆.  se siete abituati a leggere Ratman, questa volta dovrete calarvi ad un livello di lettura più profondo. Non è un fumetto da leggere nella pausa cesso.

Tempo: ★☆☆☆☆. Ho un problema con i fumetti, li leggo in tre secondi (sì, provate a capire il mio disagio quando il mio mangaka preferito non pubblica un volume da due anni).

Difficoltà del linguaggio: ★☆☆☆☆. Come in ogni fumetto, un occhio va alle immagini ed uno alle parole. Sarebbe inutile fossilizzarsi su dialoghi lunghissimi e complicati. Più che il linguaggio, sono i contenuti che vanno interpretati.

Divertimento: ★★★★★. Si ride perché è Ortolani. A volte è un riso amaro, ma io non ho mai riso così tanto come leggendo questo autore, quindi, per quanto possa essere profonda la tematica, saper far ridere rimane un suo marchio di fabbrica.

Ansia e disagio: ★★★☆☆. L’amarezza c’è, ci deve essere e rimane nascosta alle vostre spalle senza che voi ve ne accorgiate, come quella ragazzina del liceo bruttina che era innamorata di voi e vi seguiva sempre per i corridoi. Alla fine, quando avrete chiuso l’ultima pagina, vi chiederete cosa sia quel sapore amaro che vi è rimasto in bocca, e che non vi va via nemmeno con una golia.

Difetti: ★★☆☆☆. Se proprio vogliamo dirla tutta, questa è una raccolta, e alcune tematiche sono un po’ obsolete – o meglio, si capisce che sono state scritte anni fa; hanno dei riferimenti tipici degli anni Novanta, fruibili appieno forse da qualcuno con qualche anno in più. Una rimodernatina gli avrebbe sicuramente fatto bene, ma ricordo che la comicità di Ortolani è caratterizzata anche da quel profumo di vintage che in altri fumettisti contemporanei manca completamente (Zerocalcare calca un po’ verso quella direzione – perdonatemi il gioco di parole – ma il bagaglio culturale a cui attinge è ovviamente più recente. Bel lavoro ad entrambi, comunque)

Le emozioni che trasmette

Colore: il giallo della copertina penso che sia davvero perfetto. Come ogni tavola di Leo, è stava colorata dal fratello Lorenzo, e forse ci fa capire che niente è stato lasciato al caso: le tinte ricordano i vecchi libri dei Nobel e delle curiosità per bambini.

Canzone: un jingle pubblicitario o un intermezzo fra un programma televisivo e l’altro.

Rumore: la voce squillante di un presentatore allegro che si addentra nelle disastrose meraviglie del mondo.

Odore: la puzza di plastica delle bambole gonfiabili e del lattice dei preservativi.

Sensazione: la paura che la propria risata venga smorzata da un colpo basso.

Sapore: un tè con mezza scorza di limone.

Citazione: “Usate precauzioni per l’AIDS?”
“Io faccio bollire l’acqua, prima di berla!”
“Mi scusi, ma non usa i preservativi?”
“No. Bicchieri”.

2

Recensione – Murakami, Uomini senza Donne

 

Sto scrivendo la recensione in ospedale, in coda per gli esami del sangue. Non sarà come le altre, non voglio metterla in punti perché ci sono poche cose che voglio sottolineare, e voglio farlo per bene. Meno male che ho un po’ di coda davanti a me, penso che una pausa forzata mi possa dare una mano a pensare bene a quello che voglio dire, non voglio recensirlo cedendo alla fretta.

C’è un signore sulla cinquantina, con baffi particolarmente importanti, che continua a sbirciare quello che leggo. Fra un po’ gli chiedo se mi corregge le bozze.

Perché proprio “Murakami, Uomini senza Donne”?

murakami

Ho scritto anche il nome dell’autore nel titolo perché voglio recensire anche lui, non solo il libro.
Così, di botto, questo libro non mi è piaciuto. Non ha rispecchiato le mie aspettative. Del resto, dal titolo mi aspettavo tanto: è un titolo importante, grave, ricco di responsabilità. Non posso scrivere un titolo da clickbaiting e poi scadere nel pressappochismo. Non si fa.

Ho iniziato a leggere Murakami perché tutti me ne parlavano bene. “E’ un visionario, è troppo bravo. Ma non leggere 1Q84, leggi Norwegian Wood. Leggi Kafka sulla spiaggia”. Io sono andata in libreria e ho trovato solo questo, e questo ho comprato.

“Ma che minchia hai preso” è stata la valutazione media di tutti quelli a cui l’ho detto. “Qualcosina si salva, ma non dovevi partire da quello”.

Ottimo.

La banalità del male

Con questa serie di racconti, Murakami ha fallito completamente. Vuoi parlare del rapporto fra uomo e donna? Dell’amore? E allora perché cazzo su sette racconti, sette parlano dell’amore coniugale? Quanti tipi di amore ci sono? Quanti tipi di rapporti?

Ma soprattutto, perché su sette racconti solo due non parlano di un uomo irreprensibile la cui moglie mignotta gli fa le corna?

Il canovaccio è più ripetitivo dei film di Alien: un pacato ed innamoratissimo signore giapponese scopre con estrema sorpresa che la moglie, incomprensibilmente, cede alle lusinghe sessuali di uno o più signorotti. In uno dei casi, addirittura, una “poco di buono” (cit.) lascia un donnaiolo che muore d’amore, poveretto. Io la chiamo rivincita, Murakami la chiama stronza.

Innanzi tutto, se tua moglie ti fa le corna con tanti uomini e manco te ne accorgi, forse, e dico forse, qualche responsabilità ce l’hai. Se arrivi a non cagarla a tal punto che non ti rendi conto che prende quaranta cazzi diversi, complimenti. In realtà, alcuni addirittura lo sapevano, ma non avevano il​ coraggio di lamentarsi; entriamo nello stereotipo del giapponese mite e impaurito, timoroso di offendere la gente? No, signor Tatase, scusi se l’ho interrotta, continui pure a penetrare mia moglie, vuole una tazza di tè? Sfido io che lei ti fa le corna! Sembra che non te ne freghi un cacchio!

O forse qualcuno qui sta scadendo nello stereotipo sessista e pressapochista?

No, perché il libro è pieno zeppo di quel sessismo silente, ovattato, talmente insito nella quotidianità che sembra che nemmeno l’autore se ne renda conto. Ho discusso a lungo con gente che ha letto l’opera omnia di Murakami e che conosce l’universo della letteratura giapponese, e hanno purtroppo confermato la mia tesi.

Ammesso e non concesso che il becero sessismo sia una caratteristica che accomuna solo i suoi personaggi, e non l’autore, ricordo che sta a lui scindersi da loro e far capire al lettore che no, lui non pensa davvero che una donna possa portare sfiga, no, non pensa davvero che nessuna donna sappia guidare, no, non pensa davvero che sia una poco di buono una che scarica l’amante, no, non pensa davvero che tutte le donne abbiano “un organo che le faccia dire le bugie senza esitazioni“.  Si fa sempre fatica a dividere lo scrittore dalle sue creazioni, ma lui, da questo punto di vista, ci deve aiutare. Non può fare commenti sessisti offensivi e passarla liscia, così.

Che poi è naturale che l’autore prenda le distanze. Voglio dire, se così non fosse, Kubrick e la Highsmith sarebbero all’ergastolo, no?

I brividi

Un altro triste siparietto che si è aperto davanti ai miei occhi ormai tristi è stata la divagazione sull’anoressia, dove un serio ed affidabile segretario che “se non avessi saputo che era gay, non lo avrei mai indovinato: aveva l’aria di un bravo ragazzo” (vi giuro, non sto inventando niente. Vi giuro, questa frase raccapricciante l’ho letta davvero), dicevo, questo povero gay dice: “parlare di anoressia non è esatto. Come lei saprà, è una patologia che colpisce solo le giovani donne, che vogliono dimagrire per essere più belle. Di conseguenza, è impensabile che un uomo di mezza età sia anoressico“.

Da ex “anoressica”, se proprio vogliamo identificare una persona con la sua patologia (lo so che ormai è nel linguaggio comune, ma voi direste a un malato di cancro “ecco, lui è un attumorato?” No), e comunque dico ex per abitudine, ma come ben saprete da certe malattie non si guarisce mai, questa citazione non solo è errata, non solo è offensiva, obsoleta e ignorante, ma è anche estremamente pericolosa, perché nessuno che abbia la possibilità di parlare alle masse dovrebbe ridurre complesse patologie ad una cazzatina.

Era solo un parere di un povero gay che sembra normale? No, qui il tono non era di parere, era didascalico, esplicativo, “come lei saprà“. Era una spiegazione ovvia, precisazione inutile. Fa rabbrividire, vero? Una cosa del genere detta in TV fa scattare la denuncia.

Non sono una povera cretina che si offende per ogni cagata biascicata da un personaggio, o il mio film preferito non sarebbe Apocalypse Now. Perché non mi offendo di fronte ad un “adoro il profumo del napalm la mattina“? Perché quella frase serve a caratterizzare la coglionaggine di quel personaggio, perfettamente calato nel contesto di una guerra inutile e cretina, che ti aiuta a simpatizzare per quei poveri Charlie che non fanno surf. Che aiuta il protagonista a capire l’orrore di quelle parole. E’ qualcosa che serve; qui, in Uomini senza Donne, questi commenti non servono. Questi commenti spaventano.

Iperbole finale

Nell’ultimo racconto, Murakami prova a salvarsi in zona Cesarini con una divagazione puramente lirica sull’amore in generale. Carino, ma leggetevi Buzzati, poi mi dite. Anche il penultimo racconto, una specie di omaggio alla Metamorfosi, è in realtà la copia di Kafka. Ok che il vero artista non copia ma ruba, però anche io posso mettermi qui e iniziare a scrivere con la stream of consciousness, e il risultato sarà una cacata.

Stilisticamente parlando, Murakami è un maestro. Usa metafore e sinestesie non come abbellimenti, ma come il filo da imbastitura del canovaccio. E’ una caratteristica tipica della letteratura giapponese, e l’eleganza e la raffinatezza di questa tecnica dipendono dal fatto che gli autori la utilizzano naturalmente, senza scomporsi, come se fosse parte integrante della loro cultura, come se fosse un premio ed un ringraziamento per il lettore che gli dà l’onore di leggerli. Il nostro Mura, invece, scade nell’autocelebrazione: i personaggi ripetono compiaciuti le figure retoriche, come a dire “come mi è venuta in mente una cosa del genere? Aspetta che me la scrivo”, o le ripetono all’infinito, facendoci a volte nauseare. Le rendono un capriccio artificioso. Rimane comunque molto più bravo di me, e sì, prima che ve lo chiediate, certo che sono invidiosa.
Quella sera pioveva. Non tanto, quel che bastava per chiedersi se convenisse prendere l’ombrello o no“.
Ero cresciuto, e sapevo distinguere una metafora da una similitudine“.
L’ombra densa dei marinai spargeva le puntine aguzze della metafora“.
Dio, quanto vorrei scrivere così.
(Comunque, è bravissimo, ma team Buzzati tutta la vita)

In sintesi: leggerò altro di Murakami, sicuramente, perché voglio cambiare idea. Voglio che questo sia solo un suo errore, una svista, qualcosa di sbagliato, qualcosa da cui partire per migliorarsi e regalarci altri libri meravigliosi e che ci facciano sognare. Lo spero proprio.

Ora vado, che hanno chiamato A37 e se tardo cinque secondi, alle casse chiamano il cinquantenne baffuto che è proprio dopo di me e che ormai ha letto prima di voi questa recensione.